16 Agosto 2026, domenica
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Milano, omicidio al boschetto: rimosso il dirigente del commissariato Mecenate

Si allargano le indagini sul caso Cinturrino: sotto la lente presunti affari paralleli e il ruolo dei colleghi. Il 9 marzo l’udienza al Riesame per la richiesta di domiciliari

Il terremoto giudiziario innescato dall’omicidio del pusher Abderrahim Mansouri travolge i vertici del commissariato Mecenate. Osvaldo Rocchi non è più alla guida dell’ufficio di polizia dove prestava servizio Carmelo Cinturrino, l’assistente capo arrestato dieci giorni fa con l’accusa di aver ucciso il giovane spacciatore il 26 gennaio scorso, simulando poi una legittima difesa.

Il dirigente è stato messo a disposizione della Questura di Milano, mentre è già in corso la procedura per la nomina del successore, attesa nei prossimi giorni. Un avvicendamento che segna un passaggio delicato per un presidio considerato strategico nel quadrante sud-est della città, da anni alle prese con lo spaccio diffuso.

Le indagini si allargano: non solo Rogoredo

Intanto l’inchiesta coordinata dalla pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola si estende ben oltre il teatro iniziale dei fatti. Non solo il boschetto di Rogoredo, simbolo della piazza di eroina milanese, ma anche via Mecenate, piazza Corvetto fino a Calvairate: un perimetro urbano che disegna la mappa di una rete investigativa in piena espansione.

Gli inquirenti stanno passando al setaccio testimonianze raccolte a tappeto nelle ultime settimane. Vengono ascoltati tossicodipendenti, spacciatori arrestati in passato, ma anche persone che avrebbero incrociato Cinturrino durante le sue operazioni antidroga. L’obiettivo è chiarire se dietro il colpo di pistola esploso contro Mansouri si nasconda un movente diverso da quello ufficialmente ricostruito nelle prime ore: una colluttazione degenerata in legittima difesa.

La procura vuole capire se vi fossero interessi personali, rapporti opachi o dinamiche parallele nell’attività del poliziotto. Una verifica che potrebbe ridefinire il quadro accusatorio e che, secondo fonti investigative, è tutt’altro che marginale.

Il nodo dei colleghi indagati

Accanto a Cinturrino restano indagati quattro colleghi, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso. Per loro, al momento, non sono state adottate misure cautelari, ma la loro posizione è oggetto di approfondimento.

Resta da stabilire quale sia stato il loro ruolo concreto nella gestione dei momenti successivi alla sparatoria: se abbiano contribuito a rafforzare la versione della legittima difesa o se si siano limitati a una condotta omissiva. La linea di confine tra copertura e sottovalutazione dei fatti è uno dei punti centrali dell’indagine.

L’udienza al Riesame

Sul fronte giudiziario, il prossimo snodo è fissato per il 9 marzo. Il Tribunale del Riesame discuterà la richiesta dei nuovi difensori di Cinturrino per la concessione degli arresti domiciliari. La difesa punta a ridimensionare l’impianto accusatorio, sostenendo che non vi sia pericolo di fuga né di inquinamento probatorio.

La decisione dei giudici rappresenterà un passaggio chiave, non solo per la posizione personale dell’assistente capo, ma anche per il clima interno al commissariato e, più in generale, per l’immagine della polizia milanese, scossa da una vicenda che intreccia ordine pubblico, legalità e fiducia nelle istituzioni.

Mentre la città attende risposte, l’inchiesta procede su un doppio binario: ricostruire minuto per minuto ciò che accadde il 26 gennaio e verificare se dietro quel colpo di pistola si celi una storia più complessa, capace di mettere in discussione equilibri e responsabilità ben oltre un singolo episodio.

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