8 Agosto 2026, sabato
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Tajani: «L’operazione Usa-Israele serve anche alla sicurezza dell’Ue. Può nascere un nuovo Medio Oriente»

Audizione alle Camere sulla crisi del Golfo. Il ministro degli Esteri lega l’intervento di Washington e Tel Aviv alla tutela dell’Europa. E mentre Palazzo Chigi tace, cresce il disagio di un Paese sospeso tra prudenza e irrilevanza.

L’operazione militare condotta da Stati Uniti e Israele nel Golfo «può rappresentare un punto di svolta per l’intera regione» e contribuire alla sicurezza dell’Europa. È la linea tracciata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto davanti alle commissioni riunite di Camera e Senato per riferire sull’escalation che vede al centro il regime di Iran.

Parole misurate, ma dal peso specifico rilevante: l’obiettivo dell’azione in corso, ha spiegato il titolare della Farnesina, è «l’eliminazione del rischio nucleare e missilistico rappresentato da Teheran», una minaccia «esistenziale» non solo per gli equilibri mediorientali ma anche per l’Europa. Non un conflitto periferico, dunque, bensì un fronte che tocca direttamente la sicurezza dell’Unione.

La scommessa: sicurezza oggi, pace domani

Nel ragionamento del ministro, l’operazione militare non si esaurisce nella dimensione tattica. L’ambizione dichiarata è più ampia: aprire la strada a «un nuovo Medio Oriente di pace, sviluppo e crescita». Un orizzonte che presuppone la stabilizzazione dell’area e la riduzione delle tensioni sistemiche che da anni attraversano il Golfo.

Tra queste, inevitabilmente, il conflitto israelo-palestinese, evocato come nodo irrisolto che continua a proiettare instabilità ben oltre i confini della regione. In questa cornice, l’eliminazione – o quantomeno il drastico contenimento – della minaccia nucleare e missilistica iraniana viene presentata come precondizione per qualunque percorso negoziale credibile.

È una posizione che si colloca nel solco dell’alleanza atlantica e che segnala una sostanziale convergenza con Washington e Tel Aviv sul piano della sicurezza strategica. Ma è anche una linea che espone l’Italia a interrogativi delicati: quale spazio resta per un’iniziativa diplomatica autonoma? E quale ruolo può giocare l’Unione europea in una crisi che sembra muoversi su binari prevalentemente militari?

Il silenzio di Palazzo Chigi

Colpisce, nel passaggio parlamentare, l’assenza di una presa di parola diretta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In una fase in cui gli equilibri regionali appaiono sul punto di ridefinirsi e il rischio di allargamento del conflitto resta concreto, il silenzio di Palazzo Chigi amplifica la percezione di una linea ancora in cerca di piena coesione politica.

Tajani parla, rassicura, argomenta. Ma la sensazione è che l’esecutivo si muova su un crinale sottile: da un lato la necessità di ribadire la collocazione euro-atlantica dell’Italia, dall’altro l’esigenza di evitare un coinvolgimento che possa trascinare il Paese in una spirale dagli esiti imprevedibili.

Il risultato è un equilibrio precario, in cui le parole del ministro assumono un peso ancora maggiore proprio perché non accompagnate da una regia politica visibile ai vertici. E questo contribuisce a una certa impressione di imbarazzo istituzionale: l’Italia c’è, ma sembra parlare a mezza voce.

L’Europa come frontiera esposta

Il passaggio forse più significativo dell’intervento riguarda il nesso tra il Golfo e l’Europa. Tajani insiste sul fatto che la minaccia missilistica e nucleare iraniana non è un problema confinato alla regione. Le capacità balistiche di Teheran, la rete di alleanze e milizie nell’area, la possibilità di un’escalation che coinvolga rotte energetiche e commerciali: tutto ciò incide direttamente sugli interessi europei.

Energia, sicurezza marittima, stabilità dei mercati: ogni scossa nel Golfo si riverbera sulle economie dell’Unione. In questo senso, l’operazione di Stati Uniti e Israele viene letta come un intervento che mira a prevenire un rischio più ampio, con ricadute potenzialmente devastanti anche per il continente.

Resta tuttavia aperta la questione politica: l’Europa sarà spettatrice o protagonista? E l’Italia, storicamente ponte nel Mediterraneo, intende limitarsi a sostenere le scelte altrui o ambisce a orientare una strategia comune?

Un passaggio storico, tra rischi e opportunità

La crisi in atto potrebbe davvero segnare un passaggio storico. Se l’azione militare riuscisse a ridurre in modo sostanziale la capacità offensiva iraniana, si aprirebbe uno spazio nuovo per ridisegnare gli equilibri regionali. Ma se l’escalation dovesse allargarsi, il prezzo – in termini di sicurezza, stabilità economica e credibilità diplomatica – sarebbe altissimo.

Nel suo intervento alle Camere, Tajani ha scelto il registro della responsabilità e dell’allineamento strategico. È una scelta che offre chiarezza sul piano internazionale, ma lascia in controluce le incertezze interne di un governo chiamato a misurarsi con uno scenario che supera di gran lunga la dimensione ordinaria della politica estera.

Tra ambizioni di pace e logiche di deterrenza, l’Italia si trova davanti a un bivio: limitarsi a seguire gli eventi o contribuire a plasmarli. Per ora, la voce più netta è quella del ministro. Il resto è un silenzio che pesa.

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