5 Marzo 2026, giovedì
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Rogoredo, il poliziotto e l’ombra del tradimento: «Ho sbagliato, chiedo scusa alla divisa»

Davanti al gip per la convalida del fermo, Carmelo Cinturrino affida al legale le sue parole di pentimento. La difesa: «Ha sparato per paura, l’errore è stato dopo». Il caso scuote la Polizia e riapre il nodo della fiducia nelle istituzioni.

«Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia». Sono parole pesanti, pronunciate non in aula ma nel colloquio con il suo avvocato, e riferite poi ai cronisti dal difensore, Piero Porciani, all’ingresso del carcere di San Vittore.

Lì, tra poche ore, l’assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari per l’interrogatorio di convalida del fermo con l’accusa di aver ucciso Abderrahim Mansouri a Rogoredo, periferia sud-est di Milano, terra di confine tra marginalità e tensioni sociali.

Il pentimento e la linea difensiva

Il quadro che la difesa prova a delineare è quello di un uomo «triste, pentito di quello che ha fatto». Porciani racconta anche un passaggio intimo: Cinturrino e sua madre sarebbero andati in chiesa a pregare, «anche per la vittima». Un gesto che l’avvocato propone come segnale di rimorso personale, ma che difficilmente potrà incidere sul peso giudiziario di quanto accaduto.

La linea è netta: «Ha sparato perché aveva paura». La reazione, sostiene la difesa, sarebbe maturata in un contesto di timore. «Quello che ha fatto dopo lo sappiamo tutti, è stato un errore», aggiunge Porciani, distinguendo tra l’esplosione dei colpi e ciò che sarebbe seguito, cioè la presunta messinscena.

Proprio su questo punto si concentra uno degli snodi più delicati dell’inchiesta: la presenza di una pistola nello zaino. «Era lì da qualche tempo», sostiene il legale, lasciando intendere che anche un collega — inviato in commissariato a recuperare lo zaino su ordine — «non poteva non sapere». Un’affermazione che allarga potenzialmente il perimetro delle responsabilità e che potrebbe aprire nuovi fronti investigativi.

«Non ha mai preso un centesimo»

Porciani tiene a ribadire un altro elemento: «Non ha mai preso un centesimo da nessuno». Una precisazione che punta a escludere qualsiasi movente legato a vantaggi economici o a dinamiche corruttive. Ma il cuore dell’accusa resta l’omicidio e l’eventuale costruzione di una versione alternativa dei fatti.

Intanto il caso ha provocato un terremoto istituzionale. Il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, ha parlato con parole severe, sottolineando la gravità dell’accaduto e la necessità di tutelare l’onorabilità del Corpo. «Che Cinturrino venga cacciato sono d’accordo», replica Porciani, «ma un delinquente non è uno che sbaglia, è uno che delinque. E chi sbaglia paga».

Una distinzione semantica che, tuttavia, si scontra con la durezza dei fatti contestati. Nel diritto penale, l’errore può essere colposo o doloso; nella percezione pubblica, quando a sbagliare è un uomo dello Stato armato, la soglia dell’indulgenza si abbassa drasticamente.

La ferita nella divisa

Il delitto di Rogoredo non è solo un fatto di cronaca nera. È una crepa nel rapporto fiduciario tra cittadini e forze dell’ordine. «Ho tradito la loro fiducia», avrebbe detto Cinturrino riferendosi ai colleghi. È forse questa la frase che più di tutte pesa come un macigno.

In attesa che il gip decida sulla convalida del fermo e che l’inchiesta chiarisca responsabilità e dinamiche, resta una domanda più ampia: cosa accade quando chi è chiamato a garantire la legalità finisce sotto accusa per averla violata?

La risposta non è solo giudiziaria. È istituzionale, etica, collettiva. E passa dalla capacità dello Stato di fare luce, senza sconti, anche sulle proprie ombre.

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