Il diritto di manifestare viene riconosciuto, ma entro confini ben tracciati. È questo il messaggio che arriva dal governo iraniano agli studenti tornati a riempire i campus universitari in tutto il Paese. “Naturalmente hanno il diritto di protestare, ma non devono oltrepassare le linee rosse”, ha dichiarato la portavoce dell’esecutivo, Fatemeh Mohajerani, intervenendo in conferenza stampa.
Le parole non sono casuali né isolate. Da sabato 21 gennaio numerose università iraniane sono state teatro di nuove mobilitazioni studentesche. Giovani e docenti si sono riuniti per commemorare le vittime delle proteste di gennaio, in un clima che resta segnato da tensioni mai del tutto sopite. Le immagini diffuse sui social mostrano cortili gremiti, slogan scanditi in coro, momenti di raccoglimento alternati a interventi pubblici.
Le “linee rosse” della Repubblica Islamica
Il governo prova a mantenere un equilibrio delicato: da un lato evita di negare apertamente la legittimità del dissenso, dall’altro ribadisce limiti non negoziabili. “Ci sono linee rosse da proteggere e da non oltrepassare, nemmeno nel vivo della rabbia”, ha affermato Mohajerani, citando esplicitamente “i luoghi sacri e la bandiera” come simboli intoccabili della Repubblica Islamica.
Un avvertimento che suona come una messa in guardia preventiva. Nel lessico politico iraniano, le “linee rosse” non sono semplici raccomandazioni: rappresentano il perimetro della sicurezza nazionale e dell’identità istituzionale. Il riferimento ai simboli religiosi e statali segnala la volontà di evitare che le manifestazioni assumano un carattere percepito come oltraggioso o sovversivo.
Le università, storicamente, sono uno dei termometri più sensibili del clima politico iraniano. Dai movimenti riformisti degli anni Novanta fino alle più recenti ondate di protesta, i campus hanno spesso anticipato o accompagnato momenti di svolta e di crisi. Anche questa volta, il ritorno degli studenti in piazza riapre interrogativi sulla capacità del sistema di assorbire il dissenso senza scivolare in una nuova fase di repressione diffusa.
Lo scontro con l’Europa
Mentre sul fronte interno si cerca di contenere le tensioni, su quello internazionale si consuma un ulteriore irrigidimento. Il Ministero degli Esteri di Teheran ha annunciato la designazione come organizzazioni terroristiche delle forze navali e di alcune aree degli Stati membri dell’Unione Europea.
La decisione arriva in risposta alla mossa del Consiglio dell’Unione Europea, che il 19 gennaio ha inserito le Guardie Rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni terroristiche. Un passaggio politicamente rilevante, che segna un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Bruxelles e Teheran.
La scelta europea aveva suscitato reazioni immediate da parte iraniana, che l’ha definita “illegittima e politicamente motivata”. Ora la contro-designazione rappresenta un’escalation simbolica, con possibili ripercussioni diplomatiche e operative, soprattutto sul piano della cooperazione e della sicurezza marittima.
Un equilibrio instabile
La simultaneità tra proteste interne e tensioni internazionali non è priva di significato. Per l’esecutivo iraniano, mantenere la stabilità domestica diventa ancora più cruciale in una fase di crescente isolamento. Il messaggio agli studenti appare quindi duplice: riconoscimento formale del diritto a esprimere dissenso, ma fermezza assoluta nella difesa dei pilastri identitari e istituzionali.
Resta da capire se l’appello alla moderazione sarà sufficiente a contenere una mobilitazione che, almeno nei campus, sembra alimentata non solo dalla memoria delle vittime, ma da un malessere più ampio e stratificato. In Iran, la linea tra protesta tollerata e sfida al sistema resta sottile. E le “linee rosse” evocate dal governo potrebbero diventare, ancora una volta, il punto di frizione decisivo.
