5 Ottobre 2026, lunedì
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Divise e responsabilità: la Cassazione, i casi simbolo e il nodo dell’“assoluzione preventiva”

Dalla conferma delle condanne per la caserma Levante ai più recenti episodi di cronaca: il confine tra uso legittimo della forza e abuso resta affidato alla magistratura. E torna centrale il tema dell’autonomia delle indagini.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

Procedimenti obbligatori e Decreti Sicurezza: Alcuni recenti casi mettono in evidenza la follia di chi vorrebbe assoluzioni preventive per i corpi dello Stato che operano contro la Legge.

La Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di colpevolezza nei confronti dei cinque carabinieri processati e condannati nell’ambito dell’inchiesta sulla caserma Levante, che avevano scelto il rito abbreviato. Tra i reati contestati figura anche quello di tortura.

L’inchiesta esplose nel 2019, scoperchiando un sistema di presunti abusi, falsificazioni e condotte illecite che colpì profondamente l’opinione pubblica e minò la credibilità dell’Arma in uno dei suoi presìdi territoriali.

Nei giorni scorsi, intanto, è emersa una ricostruzione ritenuta plausibile dell’omicidio di uno spacciatore a Rogoredo, quartiere di Milano, inizialmente qualificato come legittima difesa e oggi descritto dagli inquirenti come una vera e propria spedizione punitiva, con tanto di presunte falsificazioni delle prove, messa in atto da un gruppo di agenti, almeno uno dei quali sarebbe stato solito chiedere e ottenere tangenti dagli stessi spacciatori.

Il pensiero corre inevitabilmente ad altri casi che hanno segnato la coscienza collettiva del Paese. A partire da quello di Stefano Cucchi, il giovane arrestato e morto nel 2009 dopo essere stato pestato, un caso emblematico non solo per le violenze accertate ma anche per i tentativi di copertura e per le testimonianze rivelatesi mendaci.

O ancora alla morte di Ramy Elgami, a Milano, con l’immagine dei due carabinieri che avrebbero imposto a un testimone la cancellazione del video dell’incidente mortale.

E come non ricordare le violenze perpetrate alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, uno dei capitoli più bui nella storia recente dell’ordine pubblico in Italia.

O il caso di Serena Mollicone, morta nel 2001 ad Arce dopo essere entrata nella locale caserma dei carabinieri, vicenda ancora segnata da sospetti di depistaggi e false testimonianze.

L’elenco potrebbe proseguire. Ma forse è più utile fermarsi a riflettere.

Assoluzione preventiva?

Una parte consistente dell’attuale maggioranza di governo sostiene la necessità di una sorta di “assoluzione preventiva” per gli operatori delle forze dell’ordine coinvolti in situazioni che implichino l’uso della forza. Una proposta che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe tutelare chi opera in contesti ad alto rischio, ma che rischia di trasformarsi in un lasciapassare alla violenza, esercitabile non solo nei confronti di soggetti armati o pericolosi, ma — come mostrerebbero alcuni video circolati durante i recenti scontri a Torino — anche verso cittadini inermi.

Una cosa è il legittimo ricorso alla forza in uno scontro a fuoco o in un’operazione ad alto rischio; altra cosa è la brutalità esercitata con l’arroganza della divisa. È la stessa arroganza che talvolta si manifesta in comportamenti apparentemente minori ma rivelatori: il tesserino esibito per non pagare una consumazione, l’abuso di posizione, la convinzione implicita di essere sottratti a ogni conseguenza.

Sono episodi che non fanno notizia quanto i grandi casi giudiziari, ma che contribuiscono a incrinare la fiducia tra cittadini e istituzioni. E la fiducia è il primo presidio di legalità.

Un antico proverbio recita che “l’occasione fa l’uomo ladro”. Forse, aggiornandolo con amara ironia, qualcuno direbbe: la divisa fa l’uomo prepotente. Ma sarebbe un errore generalizzare. La stragrande maggioranza degli appartenenti alle forze dell’ordine svolge il proprio lavoro con dedizione e senso dello Stato. Proprio per questo, l’assenza di controlli o di responsabilità finirebbe per danneggiare anzitutto chi la divisa la onora.

Violenza legittima?

Resta una domanda centrale: chi decide quando la forza è legittima e quando diventa abuso?

Può stabilirlo un Decreto Sicurezza adottato sull’onda emotiva di un episodio poi rivelatosi diverso da come inizialmente raccontato? Può farlo un ministro incline alla retorica muscolare? O un governo tentato di subordinare progressivamente le istituzioni al proprio indirizzo politico?

In uno Stato di diritto, la risposta è chiara: spetta alla magistratura, dopo aver raccolto le prove e ascoltato le testimonianze. È questo l’argine che separa l’uso legittimo della forza dall’arbitrio.

Per questo, quando i cittadini sono chiamati a esprimersi su riforme che incidono sull’autonomia e sull’obbligatorietà dell’azione penale, la posta in gioco non è astratta. Riguarda l’equilibrio tra poteri, la tutela dei diritti e la garanzia che nessuno — nemmeno chi indossa una divisa — sia sottratto al controllo di legalità.

La sicurezza è un valore. Ma lo è anche la responsabilità. E senza responsabilità, la sicurezza rischia di trasformarsi nel suo contrario.

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