Cinquantanove giorni sospeso tra la vita e la morte. Un cuore che avrebbe dovuto salvarlo e che invece, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe stato compromesso da un errore umano. Una madre che apprende dai giornali cosa è accaduto al figlio. E un intervallo di 45 giorni in cui nessuna riunione collegiale avrebbe valutato formalmente le condizioni cliniche del piccolo.
La vicenda di Domenico, due anni, morto all’Ospedale Monaldi, è oggi al centro di un’inchiesta della Procura di Napoli che si prepara a nominare i consulenti per l’autopsia. I documenti sanitari cominciano a delineare un quadro complesso: una sequenza di decisioni, omissioni e protocolli che ora dovranno essere passati al vaglio della magistratura. E una domanda che sovrasta ogni altra: Domenico si sarebbe potuto salvare?
Il trapianto fallito e l’errore nel trasporto
Il 23 dicembre il bambino viene sottoposto a trapianto di cuore. L’intervento non va come previsto. Per tenerlo in vita viene collegato all’Ecmo, la circolazione extracorporea che supplisce temporaneamente alla funzione cardiaca, in attesa di una nuova opportunità.
Il cuore appena impiantato, secondo quanto emerso, sarebbe risultato danneggiato. La causa: un errore durante il trasporto dall’Ospedale San Maurizio, dove era stato eseguito l’espianto. L’organo, collocato nella box termica, avrebbe richiesto un’integrazione di ghiaccio. Ma al posto del ghiaccio tradizionale sarebbe stato aggiunto ghiaccio secco, anidride carbonica solida, capace di abbassare la temperatura ben oltre i limiti di sicurezza. Un abbassamento eccessivo che avrebbe compromesso in modo irreversibile il tessuto cardiaco.
La dinamica precisa è ora oggetto di accertamenti. Resta il fatto che un organo destinato a salvare un bambino si sarebbe trasformato in un fattore di rischio fatale.
Il “buco” di 45 giorni
Dopo il trapianto fallito, la prima riunione ufficiale dell’Heart Team — il gruppo multidisciplinare chiamato a decidere le strategie terapeutiche — viene convocata soltanto il 6 febbraio: 45 giorni dopo l’intervento. A quel tavolo siedono inizialmente solo i medici curanti. L’11 febbraio la riunione viene estesa ad altri specialisti del Monaldi.
Solo il 18 febbraio arrivano consulenti provenienti dai principali centri trapianti italiani. La loro valutazione è netta: le possibilità di successo di un secondo trapianto vengono stimate inferiori al 10%.
Per la famiglia, assistita dall’avvocato Francesco Petruzzi, quei 45 giorni rappresentano uno snodo cruciale. Tenere un bambino collegato all’Ecmo per un periodo così lungo — quando la letteratura indica in 20-30 giorni l’arco massimo consigliato — avrebbe ristretto drasticamente le opzioni residue.
Tra queste, il Berlin Heart: un cuore artificiale pediatrico utilizzato come “ponte” verso il trapianto. Secondo il legale, se fosse stato impiantato per tempo, avrebbe potuto consentire a Domenico di attendere un nuovo organo in condizioni migliori.
I documenti mancanti
Analizzando la documentazione clinica, la difesa della famiglia segnala un’ulteriore anomalia: l’assenza del diario di perfusione, il tracciato dettagliato della circolazione extracorporea. Un documento che dovrebbe indicare con precisione il momento in cui il cuore del bambino è stato rimosso, prima dell’impianto dell’organo donato.
Le fasi operatorie risultano descritte in ordine cronologico, ma senza minutaggio puntuale. Un vuoto che potrebbe essere determinante per ricostruire la sequenza degli eventi e valutare eventuali responsabilità. L’avvocato Petruzzi ha annunciato un nuovo accesso in Procura per chiedere l’acquisizione formale del documento.
Chi ha maneggiato il ghiaccio?
Un altro nodo riguarda le responsabilità durante l’espianto e il trasporto del cuore da Bolzano a Napoli. In un audit interno — mai reso pubblico — il team del Monaldi avrebbe attribuito la gestione del ghiaccio secco al personale di sala dell’ospedale altoatesino.
Ma secondo i protocolli, ogni fase relativa all’espianto e al trapianto di cuore è sotto la responsabilità dell’équipe del centro ricevente. Inoltre, audit svolti a Bolzano avrebbero evidenziato difficoltà operative del team napoletano già nella fase di prelievo, con l’intervento in supporto di un’altra équipe presente per espianti di altri organi.
Sotto esame anche la condotta del cardiochirurgo che ha eseguito il trapianto, tra gli indagati. La Procura dovrà stabilire se avrebbe dovuto attendere l’arrivo della box e verificare direttamente le condizioni dell’organo prima di procedere alla rimozione del cuore del bambino, oppure se abbia agito secondo protocollo, trovandosi poi costretto a impiantare un cuore già compromesso.
L’autopsia e il fronte giudiziario
L’autopsia rappresenterà un passaggio decisivo. Nelle prossime ore la Procura nominerà un pool di consulenti per l’esame irripetibile sul corpo di Domenico, con particolare attenzione allo stato del cuore impiantato. Anche la famiglia nominerà i propri esperti: il medico legale Luca Scognamiglio sarà affiancato da un anatomopatologo e, probabilmente, da un cardiochirurgo.
Intanto il numero degli indagati è salito da sei a sette: oltre ai sanitari già coinvolti, è stata iscritta nel registro una dirigente medica del Monaldi. L’ipotesi di reato resta quella di omicidio colposo. Ma la famiglia ha chiesto l’aggravamento dell’accusa a omicidio volontario con dolo eventuale.
Nella casa di Domenico ora c’è silenzio. La madre, Patrizia, non varca più la soglia dell’ospedale. Restano le cartelle cliniche, le perizie che verranno, e una domanda che pesa come un macigno sulla sanità italiana: in quei 59 giorni si è fatto tutto il possibile?
