Il fragilissimo equilibrio lungo la linea Durand è saltato ancora una volta. Nella notte tra sabato e domenica, il Pakistan ha lanciato una serie di raid aerei oltre confine, colpendo obiettivi nel territorio afghano. Il bilancio, secondo le autorità di Kabul, è drammatico: decine di morti e feriti, tra cui donne e bambini. Islamabad parla invece di operazioni “selettive” contro infrastrutture terroristiche.
A denunciare l’attacco è stato Zabihullah Mujahid, portavoce del governo afghano guidato dai talebani. “Ieri sera hanno bombardato i nostri connazionali civili nelle province di Nangarhar e Paktika, uccidendo e ferendo decine di persone, tra cui donne e bambini”, ha dichiarato. Le due province orientali, da anni teatro di infiltrazioni, traffici e scontri armati, si confermano il punto più caldo di un confine mai davvero pacificato.
Dal canto suo, il Pakistan ha rivendicato apertamente l’operazione. In una nota diffusa dal ministero dell’Informazione e della Radiodiffusione di Islamabad, il governo ha confermato di aver colpito sette siti nella regione di frontiera con l’Afghanistan. Si tratterebbe, secondo la versione ufficiale, di “campi e nascondigli terroristici” individuati grazie a informazioni di intelligence.
L’azione militare viene presentata come una risposta diretta ai recenti attentati suicidi compiuti in territorio pakistano, tre dei quali — secondo Islamabad — dall’inizio del Ramadan. Attacchi che le autorità pakistane attribuiscono a gruppi militanti che troverebbero sostegno o rifugio oltreconfine, sotto l’ombrello della nuova leadership afghana.
Accuse incrociate e guerra a bassa intensità
La spirale di accuse tra Kabul e Islamabad non è nuova. Dopo il ritorno dei talebani al potere nel 2021, il Pakistan ha più volte denunciato l’aumento delle attività del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), formazione distinta ma ideologicamente affine ai talebani afghani. Islamabad sostiene che il TTP operi da basi sicure in Afghanistan, circostanza sempre respinta dalle autorità di Kabul.
I raid di queste ore rappresentano però un salto di qualità: non più solo schermaglie di frontiera o colpi di artiglieria sporadici, ma bombardamenti aerei rivendicati ufficialmente. Una scelta che rischia di aprire una fase di confronto diretto tra due governi già legati da un rapporto ambiguo e fragile.
Per il Pakistan, alle prese con una recrudescenza di attacchi interni, la priorità è riaffermare la deterrenza e dimostrare di non tollerare santuari jihadisti oltre confine. Per l’Afghanistan, colpito nel proprio territorio, l’operazione rappresenta una violazione della sovranità nazionale e un attacco contro civili.
Un confine poroso, una crisi regionale
La linea Durand, tracciata in epoca coloniale nel 1893, non è mai stata pienamente riconosciuta da Kabul e continua a dividere comunità pashtun su entrambi i lati. In questo spazio montuoso e difficilmente controllabile prosperano gruppi armati, traffici illeciti e reti militanti che si muovono sfruttando l’assenza di un controllo statale effettivo.
L’escalation attuale rischia di destabilizzare ulteriormente un’area già attraversata da tensioni etniche, crisi economiche e isolamento diplomatico. L’Afghanistan vive una profonda emergenza umanitaria, mentre il Pakistan affronta una fase di forte instabilità politica e pressioni economiche interne.
In questo scenario, ogni operazione militare oltreconfine assume un peso politico enorme. Se Islamabad considera i raid un’azione difensiva contro il terrorismo, Kabul li interpreta come un’aggressione diretta. In mezzo, la popolazione civile, ancora una volta la prima a pagare il prezzo più alto.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. Il rischio è che la guerra a bassa intensità tra i due Paesi si trasformi in un confronto più aperto, in una regione dove ogni scintilla può riaccendere conflitti mai del tutto sopiti.
