A cura di Gilberto Borzini
Lo spettacolo è sempre lo stesso: una sorta di circo Barnum con giocolieri artritici, pagliacci depressi e leoni sdentati.
E poco importa il canale in cui appaiono: è roba già vista, talmente già vista da essere prevedibile. Un teatrino, una passerella degna delle riviste di Macario, quando le soubrette sfilavano sorridenti davanti al pubblico che si apprestava a uscire.
Sul fronte governativo siamo messi male: si passa da un coro urlato e querulo a un vecchio barbogio che si dimentica le battute e perde il filo, smarrendosi nel copione; per non dire dei teatrini ammiccanti tra vecchietti eccessivamente illuminati da un maquillage ad alto amperaggio, per finire con un falso e ipocrita aperturismo del fine settimana, dove una bellezza che fu recita a fianco di un tifoso che è.
Ma se su questo fronte ci troviamo nell’area Squallor, cambiando canale si precipita oltre.
La vera corazzata Potëmkin del giornalismo italiano si annida nel canale pubblicitario per eccellenza, nel grande raccoglitore di spot, in quella rete che, ci fosse pure la diretta della fine del mondo, la interromperebbe per promuovere merendine e pannoloni.
Un buon allenatore, che avrebbe le doti per essere un valido giornalista, vivacchia ponendo le stesse domande, con l’ausilio dei medesimi “cartelli e filmati”, a un corteo di ospiti — sempre gli stessi — reiterando le medesime questioni, alternate alle medesime risposte, dal dopo cena fino a notte fonda.
Un ex giornalista d’inchiesta, dal glorioso passato in zone terribili del pianeta, dispone di un format in cui l’unica attrattiva è capire come si muoveranno i tavoli semoventi dello studio.
La vedette della rete, vestita con abiti che gli elettori progressisti non potranno mai permettersi (e forse anche per questo hanno smesso di votarli), anticipa le risposte ponendo domande chiuse e si impermalosisce se, per caso, l’ospite non risponde come lei vorrebbe.
Per finire c’è il tappabuchi del mattino, grande passerella di dimenticati e scomparsi, chiamati ogni quarto d’ora a riempire gli intervalli tra una televendita e l’altra.
Se questo è giornalismo, allora ha ragione Elon Musk quando afferma ai suoi iscritti su X che i veri giornalisti sono loro: sono i blogger, sono i commentatori che, dal proprio account, osservano e commentano le quotidiane acrobazie del pianeta.
Progetti, non polemiche
Sulla povertà ormai endemica e bilaterale del giornalismo si innesta il deserto di idee della politica. Il popolo elettore dalla politica si attende idee, progetti, visioni e proposte, ma riceve in cambio polemiche e liti, querelle inconcludenti che si trascinano per giorni, ditini alzati e indici puntati verso l’avversario, indicato come colpevole di ogni disastro umano, dall’assassinio di Abele in poi.
Ma progetti, zero.
Cosa farete per recuperare il gap energetico che affligge l’industria?
Cosa farete per migliorare le retribuzioni, ultime in Europa?
Cosa farete per mettere in sicurezza il territorio che frana?
Cosa farete per dare ai pensionati la dignità dovuta?
Cosa farete per migliorare la sanità pubblica?
Cosa farete in materia di edilizia scolastica e carceraria?
Cosa farete per accogliere doverosamente chi ha diritto ed espellere chi non lo ha?
Su questi argomenti cala il silenzio più opprimente.
Poi ci si stupisce se i cittadini non vanno più a votare e non guardano più la TV.
