22 Settembre 2026, martedì
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Meloni tra Europa e America: il PD attacca, “Scelta di campo che isola l’Italia”

Dopo le parole di Friedrich Merz sul mondo Maga, la premier prende le distanze da Berlino. Ruotolo, Provenzano e Zan: “Subalternità a Trump, così si indebolisce l’Europa e si strappa la collocazione internazionale del Paese”.

Una frattura politica consumata in poche ore, ma capace — secondo il Partito Democratico — di rivelare una linea strategica precisa: l’Italia di Giorgia Meloni guarda a Washington più che a Bruxelles.

È questa la chiave di lettura offerta dai dirigenti dem dopo la presa di posizione della premier, giunta all’indomani delle dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz che aveva marcato una distanza netta dal movimento Maga legato a Donald Trump. Una distanza che, anziché essere condivisa, sarebbe stata respinta da Palazzo Chigi, aprendo un nuovo fronte nel rapporto tra Roma e il cuore politico dell’Unione.

Ruotolo: “Un riflesso che indebolisce l’Europa”

Per Sandro Ruotolo, europarlamentare e componente della segreteria del Partito Democratico, la reazione della premier è sintomatica di una postura politica preoccupante.

«Sono bastate poche ore per mostrare tutte le fragilità dell’asse politico europeo della destra italiana», afferma. «È stato sufficiente che Merz prendesse le distanze dal movimento Maga perché Meloni dichiarasse pubblicamente il proprio dissenso».

Ruotolo parla di un “riflesso politico” che rischia di collocare l’Italia in una posizione di eccessiva subalternità rispetto agli Stati Uniti proprio nel momento in cui l’Europa — stretta tra tensioni geopolitiche e ridefinizione degli equilibri globali — dovrebbe rafforzare autonomia strategica e coesione interna.

«L’interesse nazionale italiano coincide oggi più che mai con un’Europa forte, unita e capace di parlare con una sola voce nello scenario globale», sottolinea. «Se vogliamo costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa, servono leadership che lavorino per l’integrazione, non che contribuiscano a indebolirla». La conclusione è netta: «L’Italia deve stare nel cuore dell’Europa, non ai margini».

Provenzano: “Uno strappo nella collocazione internazionale”

Ancora più esplicito Peppe Provenzano, responsabile Esteri del PD. Nella sua lettura, la premier avrebbe compiuto «un vero e proprio strappo nella collocazione internazionale dell’Italia».

Secondo Provenzano, difendere la cultura Maga dalle critiche di Merz significa non solo inceppare il presunto “motore italo-tedesco” prima ancora che entri in funzione, ma anche certificare una subordinazione politica a Trump che rischia di spingere l’Italia ai margini dell’Europa.

Un riferimento che si intreccia con l’assenza italiana ad alcuni incontri diplomatici ritenuti potenzialmente sgraditi alla Casa Bianca e, soprattutto, con l’annunciata partecipazione dell’Italia — sia pure come osservatore — al cosiddetto “Board of Peace”.

Per il dirigente dem, il nodo non è solo politico ma anche costituzionale: «La partecipazione agli organismi internazionali deve avvenire in condizioni di parità con gli altri Stati e non in posizione di subordinazione». Un principio che, sostiene, verrebbe messo in discussione da una linea di fedeltà personale più che istituzionale verso l’amministrazione americana.

Zan: “Osservatori nel club di Trump?”

Sulla stessa lunghezza d’onda Alessandro Zan, europarlamentare e componente della segreteria nazionale dem, che parla apertamente di «subalternità totale e acritica a Donald Trump».

Zan contesta la scelta di non prendere le distanze da un mondo Maga che definisce ormai approdato a una «deriva illiberale» e polemizza sulla partecipazione italiana al “Board of Peace”. «Osservatore di cosa?», si chiede. «Delle riunioni esclusive nel club di Trump dove il futuro di Gaza viene trattato come un’operazione immobiliare mentre le persone continuano a soffrire e morire?».

Il richiamo finale è alla Costituzione e al diritto internazionale: «L’Italia non può diventare esecutrice silenziosa delle scelte di Trump».

Un equilibrio ancora da definire

La polemica si inserisce in un quadro più ampio: la ridefinizione degli equilibri tra Europa e Stati Uniti in una fase segnata da conflitti regionali, tensioni commerciali e competizione strategica globale.

Per il governo, il rapporto privilegiato con Washington rappresenta un asset storico e un elemento di continuità atlantica. Per l’opposizione, invece, il rischio è che l’atlantismo si trasformi in allineamento politico, indebolendo il peso dell’Italia nel processo di integrazione europea.

Al centro resta una domanda destinata a pesare nei prossimi mesi: quale ruolo vuole giocare Roma nella costruzione della futura architettura europea? Ponte tra le due sponde dell’Atlantico o avamposto politico dell’America trumpiana nel cuore dell’Unione?

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