26 Luglio 2026, domenica
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Zoe gettata viva nel canale: la verità dell’autopsia e l’ombra del femminicidio

La diciassettenne di Nizza Monferrato respirava ancora quando è stata scaraventata nel rio. L’amico Alex resta in carcere per omicidio volontario aggravato, ma si valuta la nuova fattispecie di femminicidio. Gli amici: “Era ossessivo, non accettava il rifiuto”. Stasera fiaccolata in città.

NIZZA MONFERRATO – Zoe era ancora viva quando è stata gettata nel canale. Respirava. È questo il dato più crudo, più insopportabile, che emerge dai primi accertamenti medico-legali sul corpo di Zoe Trinchero, la diciassettenne uccisa la sera del 6 febbraio. Nonostante i pugni ricevuti poco prima, nonostante il “trauma da precipitazione” da un’altezza di circa tre metri, il suo cuore batteva ancora quando è stata scaraventata nel rio.

È un dettaglio tecnico, ma cambia il peso morale e giuridico della vicenda. Perché racconta di un tempo intermedio – breve, forse brevissimo – in cui si sarebbe potuto fermarsi. E non lo si è fatto.

In carcere per omicidio volontario

Alex Manna, il giovane che quella sera si era appartato con lei “per parlare”, resta in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Si attende la decisione del giudice per le indagini preliminari, ma sul tavolo degli inquirenti potrebbe profilarsi anche un’ipotesi ulteriore: quella di femminicidio, introdotta nel codice penale lo scorso dicembre.

La nuova fattispecie contempla, tra le circostanze, l’uccisione di una donna motivata dal rifiuto di instaurare o proseguire una relazione affettiva. Ed è proprio questo il movente che, secondo le testimonianze raccolte tra gli amici della comitiva, potrebbe aver innescato la violenza.

“Due settimane fa lui aveva provato un approccio”, raccontano. “Venerdì sera si erano appartati per chiarire. Pensiamo che all’ennesimo rifiuto sia scattato qualcosa”. Un rifiuto che, se confermato come detonatore del gesto, trasformerebbe l’omicidio in un atto di dominio e punizione, più che in uno scatto d’ira isolato.

“Era ossessivo, lei stava male”

A delineare un quadro inquietante è anche la testimonianza di Nicole, l’amica del cuore di Zoe. “Alex era stato con lei”, riferiscono gli amici. “A noi ha detto che era un tipo ossessivo: non poteva parlare con nessuno o uscire vestita in determinati modi. Aveva attacchi di ira. E lei, in quel periodo, stava male”.

Parole che evocano dinamiche di controllo, gelosia patologica, possesso. Non un litigio improvviso, ma un clima che – se confermato – avrebbe preceduto la tragedia. La giovanissima età dei protagonisti rende tutto ancora più drammatico: un copione di violenza relazionale che si ripete, ma con volti da adolescenti.

Gli amici parlano di una metamorfosi. “Quando lo abbiamo conosciuto sembrava un mollaccione. Poi nelle ultime storie social appariva diverso: più estroverso, sicuro, musica gangster e trap in sottofondo”. Un cambiamento di immagine che, da solo, non prova nulla, ma che si inserisce in un racconto di progressiva radicalizzazione comportamentale.

La messinscena e l’accusa a un innocente

C’è un altro elemento che colpisce gli investigatori: la lucidità mantenuta dopo il delitto. Secondo le testimonianze, Alex sarebbe tornato dal gruppo fingendo disperazione. “È sceso a piangerle addosso, urlava: ‘È colpa mia che non l’ho salvata, l’ho lasciata da sola’. Tremava, piangeva. Noi gli abbiamo creduto”.

Non solo. Avrebbe accusato immediatamente un ragazzo di colore presente in zona, indicandolo come responsabile. Un’accusa che, senza il tempestivo intervento dei carabinieri, avrebbe potuto scatenare una reazione incontrollata. Un tentativo di depistaggio che, se confermato, aggraverebbe ulteriormente la sua posizione.

Una comunità ferita

Stasera Nizza Monferrato si ritroverà in silenzio, con le fiaccole accese. L’iniziativa è promossa dall’associazione Futura insieme al Comune. “È il nostro ‘no’ alla violenza”, ha dichiarato il sindaco Simone Nosenzo. Ma è anche un modo per restituire a Zoe un volto, una storia, una memoria che non siano soltanto quelli di una vittima.

L’autopsia dovrà chiarire ulteriori dettagli tecnici, ma un punto sembra ormai acquisito: Zoe non è morta per un colpo improvviso e inevitabile. È stata colpita, è stata gettata, ed era ancora viva.

Nel tempo sospeso tra quei due momenti si concentra tutta la brutalità del gesto. E una domanda che attraversa la comunità e il Paese: quante volte ancora il rifiuto di una ragazza dovrà trasformarsi, per qualcuno, in una condanna a morte?

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