BOGOTÁ – Gustavo Petro parla in diretta televisiva, riunito con i suoi ministri, ma il tono è quello di chi sente il terreno tremare sotto i piedi. Non è una metafora politica. “Devo confessare che tra due giorni mi trasferisco, cercando di evitare che mi uccidano”, scandisce il presidente colombiano. Parole pesanti, pronunciate senza enfasi, come un fatto da registrare. Subito dopo l’accusa più grave: un tentativo di omicidio sventato appena ventiquattr’ore prima.
Secondo il racconto del capo dello Stato, l’elicottero su cui viaggiava non ha potuto atterrare nel dipartimento di Córdoba, sulla costa caraibica, per il timore di un attacco armato. “Non accendevano le luci. E neppure al mattino sono atterrato, perché temevamo che avrebbero sparato contro il velivolo”, ha spiegato. A bordo, oltre al presidente, anche i suoi figli. La scorta ha deciso di cambiare rotta: quattro ore sopra il mare aperto, in attesa di condizioni di sicurezza ritenute accettabili. “Non sono arrivato dove dovevo arrivare, ma sono arrivato”, ha concluso Petro, trasformando la cronaca di un volo deviato in una dichiarazione di sopravvivenza.
L’annuncio arriva in un momento già esplosivo. Poche ore prima era stata resa nota la scomparsa della senatrice indigena Aida Quilcué, figura simbolo delle comunità native e della difesa dei territori, che secondo le informazioni disponibili sarebbe stata sequestrata da gruppi armati locali. Il rapimento è avvenuto in una regione che continua a essere uno dei nodi irrisolti del conflitto colombiano: area di coltivazione della coca, corridoio strategico per il narcotraffico, territorio conteso da dissidenti delle Farc che non hanno mai accettato pienamente l’accordo di pace del 2016.
Petro, primo presidente di sinistra nella storia recente del Paese ed ex guerrigliero del M-19, governa dal 2022 promettendo una “pace totale”: dialogo con i gruppi armati, riforme sociali, riduzione delle disuguaglianze e una nuova politica antidroga. Un progetto ambizioso che ha toccato interessi consolidati – economici, criminali, politici – e che ha moltiplicato tensioni e resistenze. Non è la prima volta che il presidente denuncia minacce alla propria vita, attribuendole a reti legate al narcotraffico. Ma mai finora aveva parlato con tale nettezza di un piano per assassinarlo e di un tentativo imminente.
Il sequestro della senatrice rappresenta, nelle parole del capo dello Stato, il superamento di una “linea rossa”. Un’espressione che suona come un ultimatum. Petro ha chiesto l’immediata liberazione della parlamentare e ha avvertito i gruppi responsabili che lo Stato non resterà a guardare. Il messaggio è duplice: da un lato ribadire l’autorità istituzionale, dall’altro segnalare che la strategia di dialogo non può trasformarsi in un lasciapassare per nuove azioni di forza.
Il contesto resta però intricato. In diverse regioni del Paese i dissidenti delle Farc, insieme ad altre organizzazioni armate, hanno rafforzato il controllo territoriale approfittando di fragilità strutturali: povertà cronica, assenza di servizi statali, economia illegale radicata. La “pace totale” si è rivelata un percorso accidentato, fatto di tregue fragili e negoziati interrotti. Ogni gesto ostile rischia di incrinare ulteriormente un equilibrio già precario.
L’immagine di un presidente costretto a cambiare casa per timore di essere ucciso riporta la Colombia a un passato che si sperava archiviato: quello degli anni in cui candidati e leader politici cadevano sotto i colpi di sicari, e la violenza armata dettava l’agenda pubblica. Petro tenta di evitare il parallelo, ma la memoria collettiva è inevitabile.
Resta ora da capire se le minacce denunciate porteranno a un giro di vite nella sicurezza e a un irrigidimento della linea governativa, o se al contrario rafforzeranno la determinazione del presidente a perseguire il dialogo come unica via d’uscita. Per il momento, la certezza è una sola: la Colombia si scopre ancora vulnerabile, sospesa tra la promessa di una pace duratura e il ritorno di ombre mai del tutto dissolte.
