La sicurezza torna al centro del dibattito politico, ma lo scontro si gioca su un terreno che va ben oltre gli slogan. Da un lato l’offensiva parlamentare del Movimento 5 Stelle contro il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, accusato di propaganda e gestione “amicale” degli organici; dall’altro la critica durissima del MOSAC, il Movimento Sindacale Autonomo dei Carabinieri, che smonta pezzo per pezzo il Decreto Sicurezza approvato dal Consiglio dei Ministri il 5 febbraio 2026. Il filo rosso è lo stesso: molte promesse, poche risposte concrete per chi la sicurezza la garantisce ogni giorno sul campo.
Organici allo stremo e numeri che non tornano
Secondo i deputati M5S Chiara Appendino, Alfonso Colucci e Valentina D’Orso, il nuovo istituto del cosiddetto “fermo preventivo” fino a 12 ore rappresenta «l’ennesimo bluff di questo governo». Una misura che, spiegano, richiederebbe un massiccio impiego di personale per essere applicata, proprio mentre le forze dell’ordine sono già ridotte all’osso.
I numeri sulle assegnazioni parlano chiaro e raccontano una geografia difficile da spiegare con criteri oggettivi. Torino riceve 93 nuovi agenti su un organico di circa 2.005 unità, Milano 123 su 3.855, Bologna 60 su 1.034. Como, invece, provincia del sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, ne ottiene 37 su un organico di appena 238. Percentuali che alimentano il sospetto di una distribuzione sbilanciata, mentre – sottolineano i pentastellati – il governo omette sistematicamente di rendere pubblici i dati sui pensionamenti, numerosissimi negli ultimi anni.
Da qui l’interrogazione parlamentare depositata al Viminale: il M5S chiede di conoscere la reale consistenza degli organici, i criteri utilizzati per le assegnazioni e la loro evoluzione nelle grandi città metropolitane. «La sicurezza non può essere uno slogan né uno strumento elettorale – avvertono – senza uomini e mezzi veri sul territorio, il “fermo” resta una norma finta e potenzialmente pericolosa».
Il Decreto Sicurezza sotto la lente dei Carabinieri
Se la politica attacca, il fronte sindacale non fa sconti. Il MOSAC rifiuta il clima trionfalistico che ha accompagnato il decreto e invita a “leggere le carte”. Il verdetto è netto: la montagna ha partorito un topolino, con l’aggravante di scaricare sulle spalle dei militari costi, incertezze e responsabilità.
Uno dei punti più celebrati dal governo è la modifica dell’articolo 335 del codice di procedura penale: quando appare “evidente” una causa di giustificazione, il pubblico ministero non iscrive il militare nel registro degli indagati, ma in un’annotazione separata. Un cambiamento che, secondo il MOSAC, è più nominale che sostanziale. L’“evidenza” resta una valutazione discrezionale del PM e, soprattutto, chi finisce in questo limbo gode delle stesse garanzie dell’indagato. Traduzione pratica: avvocati e consulenti tecnici vanno comunque pagati di tasca propria.
La realtà riaffiora non appena si entra nel vivo delle indagini. Basta un atto garantito – come un incidente probatorio o un accertamento balistico dopo un conflitto a fuoco – perché l’iscrizione nel registro degli indagati diventi automatica. Con le bodycam sempre attive, il passaggio è quasi inevitabile. Cambia il nome del registro, non la sostanza.
Tutela legale: più spot che protezione
Altro capitolo controverso è quello della tutela legale. L’annunciato rafforzamento a carico dello Stato viene definito dal MOSAC «fuori tempo massimo». La Legge di Bilancio 2026 ha previsto appena 10 milioni di euro annui per il quadriennio 2026-2029, destinati a coperture assicurative per tutela legale e responsabilità civile. Una cifra giudicata insufficiente, considerando che il tetto massimo rimborsabile è di 10.000 euro per fase del procedimento.
In assenza di coperture immediate, resta la possibilità di chiedere un anticipo all’Avvocatura dello Stato, sempre entro gli stessi limiti e previa valutazione di congruità. Una soluzione tutt’altro che strutturale, che lascia aperta una domanda cruciale: cosa accadrà dopo il 2029? Senza una stabilizzazione dei fondi, il rischio è che il conto torni ancora una volta a gravare sui singoli operatori.
Non manca la stoccata ai sindacati “rappresentativi”, accusati dal portavoce MOSAC Luca Spagnolo di aver ignorato il problema, forse più concentrati – afferma – su equilibri interni e nuove agibilità che sulla tutela concreta dei lavoratori in divisa.
Il “fermo preventivo” e il rischio collasso
La critica più dura riguarda però l’ordine pubblico. Il fermo preventivo fino a 12 ore per chi abbia il “fondato motivo” di voler creare disordini viene definito dal MOSAC un vero e proprio “teatro dell’assurdo”. Applicarlo in contesti complessi, come grandi manifestazioni o guerriglia urbana, richiederebbe decine di equipaggi dedicati al solo accompagnamento e alla vigilanza dei fermati, sottraendo uomini al controllo della piazza proprio nel momento di massima tensione.
Il risultato paradossale sarebbe meno sicurezza, non di più: caserme sotto pressione, personale immobilizzato in attività di custodia e gruppi violenti pronti a sfruttare il vuoto operativo. Una norma che, avvertono i Carabinieri, rischia di essere facilmente aggirata aumentando semplicemente i numeri in campo.
Oltre la propaganda
Politica e sindacato, pur da posizioni diverse, convergono su un punto essenziale: la sicurezza non si costruisce a colpi di annunci. Servono organici adeguati, criteri trasparenti, tutele legali reali e norme pensate per funzionare nella realtà quotidiana, non nei comunicati stampa.
Se questo è il “successo” che il governo rivendica, la sensazione diffusa tra chi opera sul territorio è opposta: senza investimenti strutturali e scelte coerenti, il rischio è che la sicurezza resti solo un titolo ad effetto, buono per la propaganda ma fragile davanti ai fatti.
