La Casa Bianca smussa i toni, l’Italia si accende. All’indomani della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, il racconto ufficiale e quello reale sembrano procedere su binari paralleli. Da un lato, Washington diffonde un video “ripulito” dell’intervento del vicepresidente statunitense J.D. Vance, in cui i fischi uditi allo stadio scompaiono. Dall’altro, a Milano, migliaia di persone scendono in piazza contro un evento che, secondo i manifestanti, ha tradito le promesse di sostenibilità e inclusione.
Il caso Vance nasce poche ore dopo l’inaugurazione dei Giochi. Nei canali ufficiali del governo Usa compare un filmato della presenza del vicepresidente alla cerimonia: l’audio è lineare, gli applausi coprono ogni altra reazione, nessuna traccia delle contestazioni che avevano accompagnato l’ingresso in scena del numero due della Casa Bianca. Una scelta che non passa inosservata e che alimenta interrogativi sulla gestione dell’immagine e del dissenso.
A commentare l’episodio è lo stesso Donald Trump. Interpellato da un giornalista a bordo dell’Air Force One, il presidente statunitense si dice sorpreso dai fischi rivolti a Vance. «È strano, perché alla gente piace», afferma, minimizzando l’accaduto e attribuendolo al contesto internazionale: «È successo in un Paese straniero. In questo Paese, onestamente, non viene fischiato». Una frase che suona come una difesa politica, ma anche come una lettura riduttiva di un segnale che va oltre il singolo episodio.
Perché mentre nei palazzi istituzionali si prova ad abbassare il volume della protesta, nelle strade di Milano il dissenso prende corpo, voce e numeri. Oltre tremila persone – secondo gli organizzatori, un numero destinato a crescere – hanno partecipato al corteo promosso dal Comitato Insostenibili Olimpiadi, partito da Porta Romana e diretto lungo Corso Lodi. In testa, uno striscione che è già manifesto politico: «Riprendiamoci le città, liberiamo le montagne».
Prima ancora di muoversi, i manifestanti hanno inscenato un flash mob simbolico: canti, alberi di cartone sollevati al cielo, a rappresentare i larici abbattuti per la costruzione della pista da bob a Cortina. «Un lariceto di duecento anni, oltre 500 alberi – spiega un’attivista – che abbiamo riportato simbolicamente in vita per denunciare lo scempio ambientale». Un gesto teatrale, ma carico di significato, che riassume una delle accuse centrali rivolte ai Giochi: aver sacrificato territori e paesaggi in nome dell’evento.
La protesta si è poi fatta più aspra nei pressi dell’ex Scalo di Porta Romana, dove dal cavalcavia sono stati esplosi fumogeni e fuochi d’artificio in direzione del Villaggio Olimpico. Qui, partecipanti con il volto coperto da passamontagna fucsia hanno calato due striscioni con le scritte “Binary is for trains” e “Go trans athletes”, per denunciare l’esclusione degli atleti transgender dalle competizioni olimpiche. Poco distante, un altro striscione richiamava l’inchiesta sull’urbanistica milanese, intrecciando il tema dei Giochi con quello, più ampio, della trasformazione delle città e delle sue opacità.
Non sono mancati slogan contro la presenza di Israele alle Olimpiadi: «Se Israele partecipa ai Giochi significa che il sistema non funziona», scandiva il megafono che accompagnava il corteo. Una presa di posizione che inserisce Milano-Cortina dentro le fratture geopolitiche globali, trasformando l’evento sportivo in un’arena di conflitti simbolici e politici.
Nessun incidente rilevante, ma un messaggio chiaro: sotto la patina luccicante dei Giochi, il consenso è tutt’altro che compatto. Tra video “corretti” e piazze affollate, le Olimpiadi italiane si aprono così sotto il segno di una tensione evidente. Lo sport resta protagonista, ma il contesto racconta altro: un grande evento globale che diventa specchio delle contraddizioni del presente, dove ambiente, diritti, politica internazionale e gestione del dissenso si intrecciano ben oltre la linea di partenza.
