I colloqui tra Iran e Stati Uniti sul programma nucleare di Teheran sono ufficialmente iniziati a Muscat, in Oman, crocevia discreto ma decisivo della diplomazia mediorientale. A guidare la delegazione iraniana è il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi, arrivato nella notte nella capitale omanita insieme a un ristretto gruppo di diplomatici di alto livello. Per Washington siede al tavolo l’inviato speciale Steve Witkoff, mentre l’Oman svolge ancora una volta il delicato ruolo di mediatore tra due Paesi che non intrattengono relazioni diplomatiche formali da oltre quattro decenni.
Il messaggio di Teheran è stato affidato ai social, ma con toni tutt’altro che concilianti. «L’Iran entra nella trattativa con gli occhi aperti e un ricordo fermo dell’anno trascorso», ha scritto Araghchi su X, richiamando implicitamente le promesse mancate e le brusche interruzioni del dialogo. «Gli impegni devono essere onorati. Parità di diritti, rispetto reciproco e interesse reciproco non sono retorica: sono un dovere e i pilastri di un accordo duraturo». Un avvertimento chiaro, che suona come una linea rossa per Teheran dopo anni di negoziati intermittenti e tensioni crescenti.
Prima dell’avvio ufficiale dei colloqui, Araghchi ha incontrato il ministro degli Esteri omanita Badr Al-Busaidy, con il quale ha discusso il quadro generale dei negoziati e le modalità di conduzione del dialogo con la delegazione statunitense. Secondo l’agenzia Mehr, l’incontro è servito a ribadire il ruolo di Muscat come garante di un processo che resta fragile e carico di incognite.
A rendere ancora più teso il clima è arrivato, quasi in parallelo, un avviso di sicurezza diramato dal Dipartimento di Stato americano. Attraverso la cosiddetta “Ambasciata virtuale” degli Stati Uniti a Teheran – unico canale ufficiale in assenza di una sede diplomatica – Washington ha invitato i propri cittadini presenti in Iran a lasciare immediatamente il Paese, se possibile, e a predisporre piani di partenza autonomi, senza fare affidamento su un’assistenza diretta del governo statunitense.
Nell’allerta vengono citati rischi concreti: possibili proteste diffuse, interruzioni delle comunicazioni internet, difficoltà nei trasporti e un aumento delle detenzioni, soprattutto nei confronti di cittadini con passaporto statunitense o legami con gli Stati Uniti. Un segnale che fotografa la profondità della diffidenza reciproca e che rischia di pesare indirettamente sul tavolo negoziale.
Il nuovo round di Muscat arriva dopo una lunga e tormentata sequenza di tentativi falliti. Nell’aprile dello scorso anno Iran e Stati Uniti avevano avviato una serie di colloqui mirati sul nucleare, con un primo incontro in Oman il 12 aprile, seguito da una tappa in Italia il 19 aprile e da un terzo round nuovamente a Muscat una settimana dopo. A maggio 2025, l’allora presidente Donald Trump aveva parlato di un’intesa «molto vicina», alimentando aspettative che si sono però rapidamente infrante.
Alla vigilia di un nuovo ciclo di colloqui previsto per giugno, Israele lanciò infatti una serie di attacchi contro obiettivi iraniani, innescando un conflitto durato dodici giorni. Gli Stati Uniti intervennero direttamente colpendo tre siti nucleari della Repubblica islamica nell’operazione denominata “Midnight Hammer”, segnando uno dei momenti più critici degli ultimi anni nei rapporti tra Washington e Teheran.
Oggi, tra memorie ancora vive e tensioni regionali tutt’altro che sopite, il negoziato riparte da zero o quasi. L’Oman prova a tenere aperto il canale del dialogo, ma il margine di manovra resta stretto. La posta in gioco è altissima: non solo il futuro del programma nucleare iraniano, ma l’equilibrio di un’intera regione sospesa tra diplomazia e confronto militare.
