La linea rossa è stata superata. A quattro giorni dalla decisione dell’Unione europea di inserire ufficialmente il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica — i Pasdaran — nella lista delle organizzazioni terroristiche, l’Iran rompe gli indugi e passa alla controffensiva diplomatica. Teheran ha convocato gli ambasciatori dei Paesi Ue, definendo la mossa di Bruxelles «un insulto» e promettendo una reazione che potrebbe andare ben oltre il richiamo formale.
A rendere pubblica la posizione iraniana è stato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, che ha parlato senza mezzi termini di «errore strategico». «Questa è solo la minima azione dell’Iran — ha dichiarato — ma stiamo valutando altre opzioni. Le istituzioni competenti decideranno nei prossimi giorni come reagire». Un messaggio chiaro, che lascia intendere ritorsioni politiche, economiche o di sicurezza.
Nel mirino di Teheran non c’è soltanto l’Europa. Secondo Baghaei, la scelta dell’Ue rappresenterebbe un gesto di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti e di Israele: «Se Bruxelles pensa che questa decisione sia una forma di adulazione verso Washington e il regime sionista, si sbaglia di grosso». Un’accusa che colloca la crisi in un quadro geopolitico più ampio, segnato da un crescente riallineamento occidentale contro l’asse iraniano.
La risposta immediata: “Anche gli eserciti europei sono terroristi”
In realtà, la reazione iraniana aveva iniziato a prendere forma già il giorno successivo alla risoluzione europea. Il 30 gennaio, il segretario del Supremo Consiglio di Sicurezza nazionale aveva annunciato una misura speculare: gli eserciti dei Paesi coinvolti nella decisione contro i Pasdaran sarebbero stati a loro volta considerati «organizzazioni terroristiche». «Le conseguenze — aveva avvertito — ricadranno sui Paesi europei che hanno adottato tali misure».
Una dichiarazione che segna un ulteriore irrigidimento dei rapporti e che rischia di compromettere i già fragili canali di dialogo tra Teheran e le capitali europee, proprio mentre il Medio Oriente vive una delle fasi più instabili degli ultimi anni.
Il doppio binario: scontro pubblico, negoziato riservato
Eppure, dietro la retorica incendiaria, l’Iran continua a muoversi su un doppio binario. Mentre attacca l’Europa, mantiene aperti — seppur in modo informale — i contatti con gli Stati Uniti. L’obiettivo è evitare che l’escalation diplomatica si trasformi in un conflitto armato, soprattutto alla luce delle tensioni militari crescenti nella regione.
«Siamo nella fase di revisione e definizione dei dettagli di un processo diplomatico», ha spiegato ancora Baghaei, ammettendo che le trattative non hanno ancora assunto una forma strutturata. Un ruolo chiave sarebbe giocato da alcuni Paesi della regione, preoccupati per la deriva del confronto e impegnati come mediatori per facilitare il passaggio dei messaggi tra Teheran e Washington.
«Stiamo valutando diversi aspetti — ha aggiunto il portavoce — comprese le modalità di lavoro e il quadro di riferimento di un possibile negoziato che speriamo possa concretizzarsi in futuro». Parole prudenti, che riflettono la fragilità di un dialogo ancora tutto da costruire.
L’avvertimento di Khamenei: “Una guerra sarebbe regionale”
A fare da sfondo, resta la minaccia — mai ritirata — di un possibile intervento militare statunitense. Un’ipotesi che l’Iran considera una linea invalicabile. Lo ha ribadito con forza l’ayatollah Ali Khamenei in un discorso alla vigilia del 47° anniversario della Rivoluzione islamica.
«Gli americani devono sapere che se inizieranno una guerra, questa volta sarà una guerra regionale», ha ammonito la Guida suprema. Pur sottolineando che l’Iran «non intende attaccare nessun Paese», Khamenei ha avvertito che Teheran risponderà «in modo fermo e deciso» a qualsiasi aggressione.
Un messaggio diretto non solo a Washington, ma anche agli alleati europei, chiamati ora a misurare le conseguenze di una scelta che rischia di infiammare ulteriormente uno scacchiere già esplosivo. Tra diplomazia e deterrenza, l’Iran mostra i muscoli ma lascia intravedere uno spiraglio: evitare la guerra resta possibile, ma il margine si assottiglia di giorno in giorno.
