9 Febbraio 2026, lunedì
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Draghi avverte l’Europa: “Così rischiamo di diventare irrilevanti”

Da Leuven l’ex premier lancia un appello politico e strategico: tra Stati Uniti e Cina l’Unione deve scegliere se restare un grande mercato o diventare una potenza. “Senza capacità di difendere i nostri interessi, anche i valori sono destinati a indebolirsi”

L’Europa è a un bivio storico. E questa volta, avverte Mario Draghi, non c’è spazio per ambiguità né per rinvii tattici. Ricevendo la laurea honoris causa dall’Università di Leuven, in Belgio, l’ex presidente del Consiglio ed ex numero uno della Banca centrale europea ha pronunciato un discorso che è insieme diagnosi severa e chiamata all’azione: senza un salto di qualità politico e istituzionale, l’Unione europea rischia di diventare “subordinata, divisa e deindustrializzata”.

Parole nette, che affondano nella consueta lucidità draghiana. “Un’Europa incapace di difendere i propri interessi – ha ammonito – non potrà preservare a lungo nemmeno i propri valori”. È il cuore del ragionamento: valori e potere non sono opposti, ma interdipendenti. Senza la capacità di incidere nello scenario globale, anche i principi fondativi dell’Unione finiscono per restare dichiarazioni d’intenti.

Il contesto è quello di un mondo sempre più polarizzato, stretto tra la competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina. In questo spazio, ha osservato Draghi, “tra tutti coloro che oggi si trovano intrappolati tra Washington e Pechino, solo gli europei hanno davvero la possibilità di diventare una potenza”. Ma la possibilità non è un destino: è una scelta politica. “Dobbiamo decidere – ha incalzato – se vogliamo restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, o se vogliamo compiere i passi necessari per diventare una potenza”.

Il bersaglio polemico è chiaro: l’attuale assetto dell’Unione, ancora prigioniero di una logica confederale. “Mettere insieme piccoli Paesi non crea automaticamente un blocco forte”, ha spiegato Draghi. È una lezione che vale soprattutto per i nodi cruciali – difesa, politica estera, fisco – dove l’Europa continua a muoversi all’unanimità e spesso all’immobilismo. “Questo modello non produce potere. Il potere richiede il passaggio dalla confederazione alla federazione”.

Nessuna fuga in avanti astratta, però. Draghi propone un realismo politico fatto di passi concreti e possibili: avanzare con chi è disposto a farlo, nei settori in cui è realistico farlo. Un’integrazione differenziata, fondata sulla volontarietà, capace di generare fiducia e, progressivamente, istituzioni dotate di un autentico potere decisionale. Istituzioni, soprattutto, in grado di agire “con determinazione in tutte le circostanze”.

È una via che, nelle intenzioni dell’ex premier, evita sia il veto permanente sia l’imposizione dall’alto. “Questo approccio rompe l’impasse senza subordinare nessuno”, ha chiarito. La porta resta aperta agli altri Stati membri, ma non a chi metterebbe in discussione l’obiettivo comune.

C’è infine un punto politico che Draghi ha voluto scolpire con forza: l’Europa non deve barattare la propria identità con l’ambizione di contare di più. “Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per ottenere potere”, ha concluso. Il messaggio è chiaro: la vera sfida europea non è scegliere tra etica e forza, ma costruire la forza necessaria a difendere l’etica.

Da Leuven arriva dunque un monito che suona come un’ultima chiamata. L’Europa può ancora essere protagonista. Ma solo se avrà il coraggio di smettere di galleggiare nella sua comoda incompiutezza.

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