4 Ottobre 2026, domenica
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Crans-Montana, l’accusa di una 18enne sopravvissuta: «Jessica Moretti non ci ha soccorso, piangeva solo per il locale»

La testimonianza choc di una delle sopravvissute al rogo di Capodanno nel locale di Crans-Montana. «Eravamo feriti, molti minorenni: nessun aiuto, solo lacrime per il bar»

Tre settimane di coma non sono bastate a cancellare l’incendio. Le fiamme, le urla, il panico restano impressi negli occhi e nella memoria di Roze, 18 anni, una delle sopravvissute al devastante rogo di Capodanno al bar Le Constellation di Crans-Montana, costato la vita a 40 persone e che ha lasciato 119 feriti gravi. Ora che è tornata a parlare, la giovane rompe il silenzio e punta il dito contro il comportamento di Jessica Moretti, moglie di uno dei proprietari del locale.

«Non ci ha nemmeno chiesto come stavamo», racconta Roze con parole che pesano come macigni. «Ha visto i feriti, ma non ha aiutato nessuno. Piangeva guardando il bar, mentre dietro di lei c’erano ragazzi ustionati, molti minorenni. Lo trovo inaccettabile». Secondo la testimonianza della ragazza, alla vista delle fiamme sarebbe stata allertata soltanto la centrale dei vigili del fuoco, e non un’ambulanza. «Capisco il dolore per il proprio locale», aggiunge, «ma quando sai che ci sono giovani feriti, la priorità è soccorrerli».

Quella notte Roze si trovava nel bar per lavoro: i proprietari le avevano chiesto di realizzare contenuti per i social network. Poi l’incubo. Trasportata in condizioni gravissime, ha trascorso quasi un mese nel reparto grandi ustionati dell’Ospedale universitario di Liegi, in Belgio, sottoposta a diversi interventi chirurgici. Oggi è fuori dalla terapia intensiva, ma le conseguenze sono pesanti e, in parte, permanenti. «Non posso usare le mani, non posso camminare. Dovrò indossare guanti protettivi per uno o due anni e non posso espormi al sole: anche il viso è stato ustionato», spiega.

Il risveglio dal coma è stato uno shock nel trauma. «Non capivo dove fossi. Pensavo di essere ancora in Svizzera. Credevo di essermi svegliata lo stesso giorno, invece erano passate tre settimane». Ricordava tutto dell’incendio, ma non il bilancio della tragedia: «Non sapevo quanti fossero i feriti, né quanti i morti».

Poi il racconto degli istanti che hanno cambiato per sempre la sua vita. «Ho visto del fuoco sul soffitto. Sono risalita per avvisare tutti, gridando di uscire, ma credo che non mi abbiano creduta. È stato questione di un minuto: poi il fuoco era ovunque». Scene che tornano, ossessive. «Rivedo le fiamme, sento le urla. Ci sono immagini che non se ne vanno. Non so come riuscirò ad andare avanti».

Una testimonianza dura, destinata ad alimentare interrogativi e polemiche su quanto accaduto quella notte. Mentre le indagini proseguono, la voce di Roze restituisce il volto umano della tragedia: quello di chi è sopravvissuto, ma continua a bruciare dentro.

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