4 Ottobre 2026, domenica
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Decreto Pnrr approvato dal Consiglio dei ministri, stop alla norma “salva-imprese” sui salari

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Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al nuovo decreto attuativo del Pnrr, ma il testo finale arriva in versione ridotta: fuori la contestata norma cosiddetta “salva-imprenditori”, pensata per limitare le conseguenze giudiziarie in caso di lavoratori sottopagati. La disposizione, secondo quanto riferiscono fonti qualificate, non è stata neppure sottoposta all’esame del Cdm e dunque non ha formato oggetto di discussione politica.

Alla base dello stralcio ci sarebbe una valutazione maturata nelle ultime ore, anche alla luce di interlocuzioni tecniche con gli uffici del Quirinale. Proprio da questi sarebbero emerse perplessità sulla tenuta giuridica della norma, giudicata problematica sotto il profilo costituzionale e dell’equilibrio tra poteri. Un quadro che avrebbe spinto l’esecutivo a evitare uno scontro istituzionale, rinunciando a inserire la misura nel decreto approvato.

La scelta segna un punto di arresto su uno dei passaggi più controversi del provvedimento, che nelle scorse settimane aveva acceso il dibattito politico e sociale. Sindacati e opposizioni avevano denunciato il rischio di un arretramento delle tutele salariali, mentre la maggioranza difendeva l’intervento come strumento di certezza normativa per le imprese.

Cosa prevedeva la norma contestata

La disposizione avrebbe introdotto una significativa limitazione al potere dei giudici del lavoro. In sostanza, se un datore di lavoro avesse applicato i minimi retributivi previsti dai contratti collettivi nazionali di riferimento, il magistrato non avrebbe potuto riconoscere al lavoratore differenze salariali o contributive ulteriori.

Ciò sarebbe valso anche nei casi in cui la retribuzione fosse stata ritenuta non “proporzionata e sufficiente” secondo quanto stabilito dall’articolo 36 della Costituzione. In pratica, il rispetto formale dei minimi contrattuali avrebbe fatto scattare una sorta di scudo giudiziario per l’impresa, esonerandola da condanne economiche.

Una previsione che aveva sollevato critiche severe: per i sindacati e per le forze di opposizione si trattava di un indebolimento delle garanzie costituzionali sul lavoro e di un precedente pericoloso in un Paese già segnato dal fenomeno dei salari bassi. Con l’approvazione del decreto Pnrr senza questa norma, il governo evita lo strappo, ma il tema del rapporto tra contratti collettivi, giusta retribuzione e ruolo della magistratura resta aperto e destinato a tornare al centro del confronto politico.

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