29 Gennaio 2026, giovedì
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Asti, 62 licenziamenti nel call center Iren: il M5S accusa, “Clausola sociale tradita”

A rischio oltre metà degli addetti del call center che gestisce l’appalto Iren. Il Movimento 5 Stelle chiama in causa il Governo

Sessantadue posti di lavoro appesi a un filo, in un territorio già segnato da fragilità occupazionali. È l’allarme lanciato ad Asti dalle lavoratrici e dai lavoratori dell’RTI Mediacom-Tecnocall, il call center che gestisce l’appalto per Iren, dove è stata avviata una procedura di licenziamento collettivo destinata a colpire oltre la metà della forza lavoro.

Una vertenza che, secondo il Movimento 5 Stelle, affonda le sue radici in una gestione profondamente criticabile dell’appalto. I deputati Chiara Appendino e Antonino Iaria parlano apertamente di una clausola sociale disattesa, nonostante fosse stata prevista proprio per garantire la continuità occupazionale al momento dell’assegnazione del servizio. Alla base della crisi, spiegano, vi sarebbe il mancato rispetto dei volumi di lavoro stabiliti dal contratto, con il risultato che il rischio d’impresa viene scaricato interamente sui dipendenti.

«Siamo davanti a un fatto gravissimo – sottolineano i parlamentari pentastellati – perché chi lavora non può pagare né errori di gara né scelte industriali calate dall’alto, tanto più quando coinvolgono una società partecipata pubblica».

Di fronte a una situazione definita “inaccettabile”, il M5S ha depositato un’interrogazione parlamentare per sollecitare un intervento immediato del Governo. L’obiettivo è la convocazione urgente di un tavolo con Iren, le aziende coinvolte e le organizzazioni sindacali, per chiarire le responsabilità e scongiurare i licenziamenti.

A preoccupare ulteriormente è il contesto in cui matura la decisione aziendale. Secondo Appendino e Iaria, l’introduzione dell’intelligenza artificiale rischia di diventare un alibi per operazioni di riduzione lineare del personale, anziché uno strumento da governare attraverso percorsi di riqualificazione e transizioni contrattate. «L’innovazione – avvertono – non può tradursi in espulsione occupazionale».

Una vertenza che assume così un valore emblematico: non solo per il destino delle 62 famiglie coinvolte, ma per il modello di gestione del lavoro negli appalti pubblici e per il futuro dell’occupazione nell’era della trasformazione digitale.

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