Alle 19.41 del 25 gennaio 2016 Giulio Regeni inviò l’ultimo messaggio dall’Egitto. Poi il buio. Un silenzio che dura da dieci anni e che pesa come una condanna sospesa, non solo per una famiglia, ma per un intero Paese. Il corpo del giovane ricercatore friulano, dottorando a Cambridge, venne ritrovato il 3 febbraio lungo l’autostrada tra il Cairo e Alessandria: martoriato, segnato da torture sistematiche, incompatibili con qualsiasi versione accidentale. Da quel momento la vicenda Regeni è diventata un simbolo: della richiesta di verità, della dignità delle vittime, ma anche delle opacità del potere e delle difficoltà della giustizia quando si scontra con interessi geopolitici.
In questi dieci anni, Paola Deffendi e Claudio Regeni non hanno mai smesso di chiedere ciò che dovrebbe essere ovvio: sapere chi ha rapito, torturato e ucciso Giulio. Il loro percorso è stato costellato di ostacoli, silenzi istituzionali, versioni contraddittorie e veri e propri depistaggi. Ma è stato anche accompagnato da una mobilitazione civile costante, riconoscibile in un colore – il giallo – diventato il segno di una battaglia collettiva per i diritti umani.
Anche quest’anno Fiumicello Villa Vicentina, il paese di origine di Giulio, torna a essere il cuore pulsante di questa memoria attiva. L’appuntamento “Giulio continua a fare cose…” richiama cittadini, artisti, intellettuali e rappresentanti della società civile. Dal flash mob “10 anni in giallo: un’onda d’urto!” all’incontro fatto di parole, immagini e musica, fino all’anteprima nazionale del documentario Giulio Regeni. Tutto il male del mondo, il programma intreccia testimonianza e impegno. La giornata culmina con la Camminata dei diritti e con il minuto di raccoglimento alle 19.41, la stessa ora dell’ultimo messaggio di Giulio, in collegamento ideale con tutta Italia. L’invito del collettivo “Giulio siamo noi” è semplice e potente: ritrovarsi ovunque, davanti a una panchina gialla, accendere una candela, leggere un brano di Giulio fa cose e ribadire che sui diritti non si può essere neutrali.
Sul piano giudiziario, la storia è un susseguirsi di passi avanti e brusche frenate. Dopo la scomparsa di Giulio nei pressi di piazza Tahrir, al Cairo, e il ritrovamento del corpo con evidenti segni di tortura, le autorità egiziane provarono inizialmente a negare ogni responsabilità, parlando di incidente stradale. Le autopsie – prima in Egitto, poi in Italia – demolirono quella versione. Nei mesi successivi si moltiplicarono le spiegazioni alternative, dall’omicidio a sfondo omosessuale a fantomatici complotti, in un quadro che apparve fin da subito come un tentativo di confondere le acque.
La Procura di Roma avviò un’indagine complessa, chiedendo rogatorie, tabulati telefonici, video e testimonianze. Emersero elementi chiave, come il ruolo di Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti oggetto della ricerca di Regeni, che aveva segnalato Giulio ai servizi di sicurezza egiziani. Nel 2018 vennero iscritti nel registro degli indagati cinque uomini dei servizi segreti civili e della polizia investigativa egiziani. Ma la collaborazione giudiziaria tra Roma e Il Cairo si è progressivamente incrinata, fino alla rottura del 2020.
Da allora il processo è diventato un percorso a ostacoli. Tra rinvii, questioni procedurali e nodi sul diritto di difesa degli imputati mai comparsi in aula, la vicenda è arrivata più volte davanti alla Corte costituzionale. Dopo uno sblocco nel 2024, con la ripartenza del processo davanti alla Corte d’Assise, un nuovo stop è arrivato nell’ottobre 2025, a conferma di una impasse che sembra non finire mai.
Dieci anni dopo, la storia di Giulio Regeni resta una domanda aperta sulla capacità dell’Europa e dell’Italia di difendere i propri cittadini e i propri valori. Non è solo una vicenda giudiziaria: è una questione politica, morale, civile. Per questo la memoria di Giulio continua a camminare nelle piazze, nelle scuole, nelle panchine gialle. Perché, come insegnano questi dieci anni, la verità può essere rallentata, ma non cancellata. E perché il silenzio, questa volta, non è un’opzione.
