7 Ottobre 2026, mercoledì
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Il Nobel a Trump e l’asse che divide l’Italia: bufera su Meloni, l’opposizione accusa “subalternità”

L’auspicio della premier sul presidente Usa scatena una valanga di critiche. Da Schlein a Calenda, passando per Avs e Italia viva, l’allarme è uno solo: l’Italia rischia l’isolamento e si allontana dall’Europa

Una frase pronunciata quasi di passaggio, in chiusura di una conferenza stampa ufficiale, è bastata a incendiare il dibattito politico e a riportare al centro una questione che accompagna l’intero mandato di Giorgia Meloni: la collocazione internazionale dell’Italia. “Spero che un giorno potremo dare il Nobel per la pace a Donald Trump”, dice la presidente del Consiglio accanto al cancelliere tedesco Friedrich Merz. Parole che rimbalzano immediatamente nei palazzi della politica e sui social, trasformandosi in un caso diplomatico e simbolico insieme.

Il riferimento è al conflitto in Ucraina. Meloni spiega di confidare nella capacità del presidente americano di incidere su una “pace giusta e duratura”, ma l’auspicio sul Nobel viene letto dalle opposizioni come molto più di una battuta: un segnale politico preciso, che rafforza l’idea di un asse privilegiato con il trumpismo e di un progressivo scollamento dalla linea prevalente tra i partner europei.

La premier non arretra e anzi difende la sua posizione, respingendo con fermezza le critiche rivolte a Trump, comprese quelle sul suo stato di salute mentale. “Sono polemiche poco serie”, taglia corto, ricordando che Trump è “il presidente eletto degli Stati Uniti” e che analoghi attacchi erano stati rivolti in passato a Joe Biden e persino a lei stessa. Per Meloni, il principio guida resta la legittimità democratica: “Bisogna fare i conti con leader scelti dai propri cittadini”.

Una linea che, però, non convince le opposizioni, che parlano di un prezzo politico sempre più alto pagato dall’Italia in termini di credibilità e peso negoziale. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein è tra le più dure: “Questa subalternità a Trump ci sta portando fuori asse, per la prima volta in una direzione diversa dagli altri Paesi europei”. Non solo una questione di stile o di dichiarazioni, ma di sostanza politica, sottolinea Schlein, puntando il dito contro le ambiguità del governo su temi cruciali come la difesa dell’integrità territoriale e il rispetto del diritto internazionale: “Non sono riusciti nemmeno a dire che la Groenlandia non si tocca e che i confini di uno Stato europeo non sono in vendita”.

Nel mirino finisce anche la strategia complessiva della politica estera italiana. Secondo il Pd, l’Italia dovrebbe porsi alla testa di un rilancio dell’integrazione europea e della difesa del multilateralismo, oggi messo sotto pressione da una destra globale sempre più assertiva. L’auspicio del Nobel a Trump viene invece interpretato come il simbolo di una scelta opposta.

Ancora più netto il giudizio del responsabile Informazione del Pd Sandro Ruotolo, che parla di “umiliazione politica” e di “resa culturale e diplomatica”. Proporre Trump come paladino della pace, afferma, significa accettare una logica di sudditanza verso un leader che “disprezza l’Europa, calpesta il diritto internazionale e riduce la diplomazia a un affare privato”. Non realpolitik, ma “servilismo”, è l’accusa.

Lo stesso concetto torna, con toni diversi ma altrettanto severi, nelle parole di Carlo Calenda. Il leader di Azione affida ai social un commento che pesa come una sentenza: invece di lavorare con Berlino per costruire un’Europa “forte e indipendente”, Meloni “si aggiunge alla schiera dei vassalli e degli adulatori che assecondano le follie dell’imperatore”. Una presa di distanza che Calenda rivendica “come italiano e come europeo”.

Anche a sinistra l’episodio viene letto come la conferma di un bivio ormai evidente. Nicola Fratoianni, per Alleanza Verdi e Sinistra, sostiene che l’Italia sia chiamata a scegliere se essere protagonista di un’Europa rinnovata o accettare una posizione subordinata agli Stati Uniti di Trump. La direzione imboccata dalla premier, secondo Fratoianni, non lascia spazio a dubbi e l’ironia diventa un’arma politica: “Siamo quasi al livello del servilismo dimostrato dal capo della Nato. Ci manca solo che anche Meloni lo chiami ‘paparino’”.

Critico anche Ivan Scalfarotto, responsabile Esteri di Italia viva, che definisce “assolutamente ridicola” la questione del Nobel rivendicata da Trump e rilanciata dalla presidente del Consiglio. Seguirlo su questo terreno, osserva, equivale a mettere in scena una sovranità solo apparente, “mentre si accetta la subordinazione”, richiamando le parole del premier canadese Mark Carney diventate virali nelle scorse settimane.

Nel giro di poche ore, dunque, un auspicio pronunciato davanti alle telecamere si trasforma in un caso politico di primo piano, capace di condensare tutte le tensioni che attraversano la politica estera italiana: il rapporto con Washington, il ruolo dell’Europa, il confine sottile tra pragmatismo e allineamento. Al di là delle polemiche, resta una domanda di fondo che divide maggioranza e opposizioni: l’Italia di Meloni vuole essere un ponte tra le sponde dell’Atlantico o rischia di diventare un satellite, sempre più distante dal baricentro europeo.

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