A cura di Gilberto Borzini
Chi scrive appartiene a quella larga fetta di italiani che non nutre particolare fiducia nella magistratura, né inquirente né giudicante, attribuendo all’istituzione nel suo complesso eccessivi errori, travisamenti, pregiudizi, opportunismo e lentezze.
Il sistema, come ammettono gli stessi magistrati, necessita di profonde riforme, a partire dal Codice di Procedura Penale e da uno sfoltimento normativo promesso da molti governi, senza che fino ad oggi si sia raggiunto alcun risultato concreto.
È certo, però, che questo referendum, o il contenuto del dispositivo normativo, non renderanno la giustizia più efficiente, equa o veloce. L’obiettivo reale del referendum sembra essere un altro: porre la magistratura in linea con gli obiettivi politici espressi dal governo – attuale o futuro – per evitare azioni penali nei confronti degli amministratori e rallentamenti nei procedimenti legati ai progetti promossi dagli stessi.
Il quadro si completa con l’ipotesi di un Premierato, che sottrarrebbe poteri e discrezionalità al Capo dello Stato per trasferirli a un Premier eletto, il quale non solo controllerebbe l’esecutivo, ma, come detto, influenzerebbe anche l’orientamento della magistratura. In un contesto costituzionale in cui la maggioranza assoluta nelle Camere sarebbe assicurata da una nuova legge elettorale, si configurerebbe un modello vicino all’assolutismo pratico, anche se non formale.
Nel migliore dei mondi possibili, un sistema che velocizzi le operazioni di pianificazione economica e favorisca progetti di sviluppo produttivo sarebbe auspicabile. Tuttavia, è difficile immaginare l’Italia come “il migliore dei mondi possibili”: il modello costituzionale basato sui Pesi e Contrappesi resta, allo stato attuale, preferibile rispetto all’attribuzione di “Pieni Poteri”, termine che richiama immediatamente l’assolutismo politico, indipendentemente dal colore del governo di turno.
La democrazia ha molti difetti e la lentezza del processo decisionale è spesso criticata. Tuttavia, occorre chiedersi se non sia meglio prendere decisioni condivise e ponderate, anche se più lente, piuttosto che decidere rapidamente senza consultazioni, rischiando errori gravi. Va anche considerato se la libertà dai controlli costituzionali sia davvero finalizzata a obiettivi nobili – industriali, economici, occupazionali o territoriali – o ad altri scopi meno virtuosi, come la Storia recente ci ha spesso insegnato.
È lecito dubitare della capacità di un governo, finora incapace di mantenere promesse e attese, di realizzare risultati ottimali se non regolamentato e bilanciato da altre istituzioni.
Rimane dunque solo l’attesa. Chi voterà Sì deve sapere che contribuirà all’avvio di una trasformazione politica e istituzionale profonda, il cui obiettivo finale – non dichiarato – potrebbe sintetizzarsi in una sola parola: Potere. Chi voterà No punta invece a preservare le autonomie di governo e magistratura, garantendo efficienza e modalità realistiche di sviluppo, senza concentrazioni eccessive di potere.
