17 Febbraio 2026, martedì
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Iran, il regime e il “mercato dei cadaveri”: pagare per riavere i propri morti

Ricatti, tariffe per ogni proiettile e firme estorte ai familiari delle vittime: così la Repubblica Islamica trasforma la repressione in profitto

In Iran anche la morte diventa merce di scambio. Alle famiglie dei manifestanti uccisi durante le proteste contro il regime di Teheran viene chiesto di pagare migliaia di euro per ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto elementare: il corpo del proprio caro. Un sistema cinico e strutturato, che prevede un vero e proprio tariffario legato alla repressione armata, mentre l’alternativa, per chi non può pagare, è l’anonimato della fossa comune.

È un mercato dell’orrore, raccontato anche dalle inchieste de La Stampa, che affonda le sue radici nella storia della Repubblica Islamica sin dalla sua nascita, nel 1979. Un’abitudine tipica dei regimi autoritari, ma che in Iran assume i contorni di una pratica sistematica, crudele e redditizia.

Il prezzo della morte

Nel Paese piegato da una gravissima crisi economica, il paradosso è feroce: mentre il reddito medio mensile di una famiglia iraniana è inferiore ai 100 euro, alle famiglie delle vittime vengono richieste somme comprese tra i 4.000 e gli 8.000 euro per riavere la salma. Non una cifra generica, ma un importo calcolato in base al numero di proiettili utilizzati dalle forze di sicurezza per uccidere il manifestante.

Secondo Amir Farshad, analista del Global Institute for Democracy and Strategic Studies, la “tariffa” standard si aggira attorno ai 700 milioni di toman, pari a circa 6.000 euro per corpo. Solo il 7 gennaio scorso, a Teheran, sarebbero stati almeno 110 i manifestanti uccisi. I conti sono semplici e impietosi: in oltre quarant’anni di repressione, questo mercato del dolore ha garantito al regime introiti enormi, costruiti sulla disperazione delle famiglie.

La fossa comune come punizione

Per chi non è in grado di pagare, non c’è pietà. L’alternativa alla restituzione del corpo è la sepoltura in una fossa comune: un luogo anonimo, senza nome né memoria, dove i cadaveri vengono ammucchiati insieme ad altri, cancellando ogni identità. Una seconda violenza, che colpisce i morti e i vivi, colpevoli solo di non disporre del denaro richiesto dal potere.

La fossa comune diventa così uno strumento di intimidazione collettiva: un monito per chi protesta e per chi resta.

I cadaveri come ostaggi

Ma il sadismo del regime non si ferma al ricatto economico. In alcune regioni, come il Kurdistan iraniano e il Kermanshah, le autorità arrivano a sottrarre direttamente le salme, trasformandole in veri e propri ostaggi.

«Stanno rubando i cadaveri», racconta Azam Bahrami, attivista per i diritti umani e rifugiata politica. «Le famiglie che riescono ad arrivare negli obitori o negli ospedali prima delle autorità nascondono i corpi in casa, li mettono sotto ghiaccio o li seppelliscono nei giardini, pur di non farseli portare via». Scene che sembrano appartenere a un incubo, ma che descrivono una realtà quotidiana per molte famiglie iraniane.

La firma delle menzogne

Alla violenza fisica ed economica si aggiunge infine quella simbolica. Secondo Dabdan, gruppo di monitoraggio dei diritti umani, in diverse città le autorità costringono i familiari delle vittime a firmare dichiarazioni false. Ai morti viene attribuita l’identità di miliziani Basij, uccisi dai manifestanti, riscrivendo così la loro storia e ribaltando la responsabilità delle uccisioni.

Un atto che serve a gonfiare artificialmente i numeri delle presunte vittime delle forze di sicurezza e a rafforzare la narrazione ufficiale del regime, che continua a parlare di “terroristi” per giustificare la repressione.

In Iran, dunque, la morte non segna la fine della persecuzione. Per molte famiglie è solo l’inizio di un percorso fatto di ricatti, menzogne e umiliazioni, in cui anche il lutto diventa un terreno di scontro con il potere.

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