4 Ottobre 2026, domenica
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Caracas–Ciampino, il ritorno dall’incubo: Burlò rompe il silenzio

Dopo oltre 14 mesi di detenzione in Venezuela, l’imprenditore torinese racconta l’isolamento, la paura e la negazione dei diritti. «È stato un sequestro». Trentini: «Felicissimi, ma a un prezzo altissimo».

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«Ho temuto che ci avrebbero ammazzato». La voce è ferma, ma le parole pesano come macigni. Mario Burlò, imprenditore torinese rilasciato dopo più di quattordici mesi di detenzione in Venezuela, atterra a Ciampino e affida ai cronisti il racconto di un’esperienza che definisce senza esitazioni «un vero e proprio sequestro di persona».

La paura, dice, non era un’ombra passeggera: «Avevo il terrore che potesse finire male. Erano loro i terroristi, non noi dentro. Temevo di non rivedere i miei figli». In Italia, racconta, in molti lo credevano morto. E quella sensazione di essere scomparso dal mondo, privato di ogni voce, è stata la tortura più dura.

Burlò chiarisce di non aver subito violenze fisiche. Ma ciò che è mancato — e che per lui pesa più di qualunque colpo — è stato il diritto di difesa, il diritto di parlare, di essere assistito da un avvocato, di comunicare con la famiglia. «Quando ledi il diritto di difesa e il diritto di parola, stai togliendo a una persona la sua vita», spiega. «Ti prendo la tua vita e te la porto via: così è stato».

Il racconto delle condizioni di detenzione è crudo. Celle sovraffollate, materassi minuscoli, la paura di cadere dai letti a castello che costringeva a dormire per terra, tra gli scarafaggi. «La definisco l’Alcatraz peggiore», ripete, senza enfasi, come se bastasse l’immagine a rendere l’idea. L’isolamento era totale: niente telefonate, nessun contatto con l’esterno, nessuna certezza sul domani.

Ma se c’è un punto in cui la voce di Burlò si incrina è quando parla dei figli. «La cosa più difficile è stata non poter parlare con loro. Non poter dire: “Papà sta bene, papà non è morto, papà c’è”». Un’assenza forzata che diventa ferita, una sospensione del tempo in cui l’identità stessa sembra dissolversi.

Il ritorno in Italia segna la fine della prigionia, non del conto da pagare. «Siamo felicissimi», ha detto anche Trentini, «ma a un prezzo altissimo». Un prezzo fatto di mesi sottratti, di diritti negati e di una paura che non si cancella con un volo di rientro. A Ciampino, tra abbracci e telecamere, Burlò riabbraccia la libertà. E affida alla memoria pubblica un monito netto: ciò che ha vissuto non è stata detenzione, ma sequestro. E non può essere dimenticato.

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