Un bilancio a metà tra autocritica e propaganda, scandito da numeri, promesse e frequenti deviazioni retoriche. Giorgia Meloni, intervenendo nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera alla conferenza stampa organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti insieme all’Associazione della Stampa parlamentare, ha riconosciuto che sul fronte della sicurezza «i risultati non sono ancora sufficienti». Ma il confronto con i cronisti, più che chiarire, ha spesso assunto i toni dello scontro, secondo una strategia ormai collaudata: attaccare la domanda, personalizzare il confronto e spostare l’attenzione, rendendo meno centrale – e meno incisivo – il tema sollevato.
«Abbiamo lavorato moltissimo sulla sicurezza, ma gli anni di lassismo non sono facili da cancellare», ha premesso il presidente del Consiglio. Subito dopo, l’annuncio: «Questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». Un’affermazione che, nelle risposte successive, si è spesso tradotta in un generico e ricorrente “stiamo lavorando”, formula utilizzata per dribblare domande puntuali, come se l’esecutivo fosse in carica da pochi mesi e non da oltre due anni.
Numeri, rivendicazioni e futuro prossimo
Meloni ha rivendicato i risultati ottenuti: 30mila nuove assunzioni nelle forze dell’ordine, lo sblocco di investimenti fermi da tempo, il decreto sicurezza «molto contestato dalle opposizioni», la cattura di 120 latitanti nella lotta alla mafia, il “modello Caivano” come esempio di intervento dello Stato. Ha parlato anche di nuove misure allo studio contro le baby gang e ha citato un dato positivo: «Nei primi dieci mesi del 2025 i reati sono calati del 3,5%».
Tuttavia, a fronte delle richieste di maggiore concretezza, molte risposte si sono rifugiate nel futuro o in processi in corso, lasciando sullo sfondo il dato politico centrale: la responsabilità di governo non è più all’inizio del mandato. E proprio questa distanza tra rivendicazioni e risultati percepiti ha alimentato il nervosismo del confronto con i giornalisti.
Giustizia e toghe, l’attacco che sposta il fuoco
Quando il tema si è spostato sul rapporto con la magistratura, la premier ha cambiato registro, attaccando apertamente. «Se vogliamo garantire sicurezza devono lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura», ha detto, citando casi di cronaca in cui decisioni giudiziarie avrebbero vanificato l’azione dello Stato. Dall’imam di Torino all’espulsione bloccata, fino a episodi di violenza familiare e reati ambientali conclusi con la liberazione degli arrestati.
Un elenco utilizzato per rafforzare la narrazione di un sistema che frena l’azione del governo, ma anche per spostare l’attenzione dalle domande più scomode sull’efficacia delle politiche adottate. Ancora una volta, l’attacco alle toghe ha funzionato da cortina fumogena nel confronto con la stampa.
Il caso Trentini e la diplomazia dell’attesa
Toni più misurati sul caso di Alberto Trentini, detenuto in Venezuela da oltre 400 giorni. «Continueremo a occuparci di questa vicenda finché la madre non potrà riabbracciare suo figlio», ha assicurato Meloni, parlando di contatti politici, diplomatici e di intelligence. Anche qui, però, alle richieste di dettagli concreti ha risposto con formule prudenti e dilatorie, riconoscendo il dolore della famiglia ma senza indicare tempi o passaggi risolutivi.
La liberazione di altri italiani è stata letta come «un segnale di pacificazione» da parte della presidente venezuelana Rodriguez, elemento che – secondo il premier – potrebbe rafforzare le relazioni tra Roma e Caracas.
Groenlandia, Ucraina e scenari globali
Sulla Groenlandia, Meloni ha escluso un’azione militare statunitense: «Non la condividerei e non converrebbe a nessuno». Ha interpretato le uscite dell’amministrazione Trump come una mossa assertiva per ribadire l’importanza strategica dell’area e respingere ingerenze straniere.
Quanto all’Ucraina, ha ribadito che l’Italia non ritiene necessario l’invio di soldati, puntando invece su un sistema di garanzie di sicurezza “Article 5-like”, ispirato alla Nato. Anche in questo caso, la risposta ha evitato il confronto diretto con le implicazioni politiche e militari di lungo periodo, rifugiandosi in una posizione di equilibrio formale.
Referendum, legge elettorale e Crans-Montana
In chiusura, l’annuncio sulla data del referendum – «22 e 23 marzo» – e un passaggio sulla legge elettorale, con l’apertura al dialogo ma la minaccia implicita di procedere a maggioranza in caso di stallo. Sulla tragedia di Crans-Montana, infine, l’impegno a non lasciare sole le famiglie, con l’Avvocatura dello Stato già attivata.
Nel complesso, una conferenza stampa che ha mostrato due piani paralleli: da un lato la premier che ammette limiti e promette una svolta; dall’altro una comunicazione difensiva, spesso fatuamente appoggiata a un “stiamo” permanente e a frequenti attacchi ai giornalisti. Una strategia efficace nel breve periodo per spostare il fuoco del dibattito, ma che rischia di lasciare irrisolto il nodo centrale: dopo anni di governo, le risposte attese non possono più restare indefinite.
