29 Gennaio 2026, giovedì
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Corsa clandestina tra Asti e l’autostrada: ai domiciliari il conducente della Porsche che uccise Matilde Baldi

Viaggiava con la madre su una Fiat 500: l’impatto a oltre 200 all’ora sull’A33 non le ha lasciato scampo. Indagini su una presunta gara tra supercar

Morì dopo cinque giorni di agonia, all’ospedale di Alessandria, travolta da una velocità folle che nulla aveva a che fare con la strada e con la vita reale. Matilde Baldi, 20 anni, è l’ennesima vittima di una corsa clandestina che, secondo l’accusa, sarebbe partita dalle strade di Asti per proseguire sull’autostrada Asti-Cuneo, trasformata in una pista improvvisata.

Per quell’incidente, avvenuto l’11 dicembre scorso sull’A33, è stato posto agli arresti domiciliari Franco Vacchina, commerciante di pneumatici, alla guida della Porsche che avrebbe tamponato violentemente la Fiat 500 su cui viaggiavano Matilde e sua madre. La giovane è deceduta cinque giorni dopo lo schianto; la madre è rimasta ferita.

Gli inquirenti ipotizzano che Vacchina abbia ingaggiato una sorta di gara non autorizzata con un’altra Porsche, raggiungendo una velocità impressionante: 212,39 chilometri orari. Per la vicenda risulta indagato anche il conducente della seconda vettura, che tuttavia non sarebbe rimasto coinvolto direttamente nell’impatto. Quest’ultimo si è presentato spontaneamente nei giorni successivi alla Polizia Stradale per rendere dichiarazioni.

La dinamica è drammatica e, al tempo stesso, lineare nella sua brutalità. Lungo un rettilineo dell’autostrada, la Porsche di grossa cilindrata avrebbe centrato da dietro l’utilitaria su cui viaggiavano madre e figlia. Un urto devastante, che ha fatto perdere il controllo dell’auto più piccola, scaraventata in una serie di rotazioni senza possibilità di difesa.

A raccontare quei momenti è stata la madre di Matilde, in un’intervista rilasciata nei giorni successivi a La Stampa. Parole che restituiscono tutta la violenza dell’accaduto e il vuoto lasciato dalla perdita:
«L’uomo che guidava la Porsche mi ha aperto la portiera e mi ha detto: “Come sta? Non è colpa sua, non l’ho vista, ho già chiamato i soccorsi”. Io non capivo niente. La mia auto si è girata su se stessa più volte. Matilde, accanto a me, non rispondeva».

Oggi, mentre la giustizia prova a ricostruire ogni secondo di quella notte e ad accertare eventuali responsabilità penali, resta il dolore di una madre e una richiesta che va oltre il singolo processo: «Adesso che Matilde non c’è più, chiedo solo un po’ di giustizia. Le facciano pure queste auto per chi ama la velocità, ma chi le guida deve farlo senza giocare con la vita degli altri».

Una frase che pesa come una sentenza morale, mentre le indagini proseguono per fare piena luce su una corsa che, secondo l’accusa, non doveva mai essere fatta e che è costata la vita a una ragazza di vent’anni.

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