11 Febbraio 2026, mercoledì
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La frana di Niscemi e il conto dei ritardi: aiuti immediati, ma il dissesto presenta il conto

Stop ai mutui e sostegni alle imprese annunciate dal governo, l’Europa pronta a intervenire. Ma l’emergenza riapre una ferita antica: decenni di inerzia, prevenzione mancata e fondi mai arrivati.

La frana che sta mettendo in ginocchio Niscemi non è più soltanto un’emergenza locale: è diventata un banco di prova per la risposta dello Stato e dell’Europa al dissesto idrogeologico, e al tempo stesso riaccende una polemica lunga trent’anni su ritardi, sottovalutazioni e occasioni perse.

Dal governo arriva una prima risposta concreta. Il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha annunciato la sospensione del pagamento delle rate dei mutui e di ogni altra obbligazione per i cittadini colpiti. Una misura pensata per alleggerire, almeno nell’immediato, il peso economico sulle famiglie costrette a lasciare le proprie case. Parallelamente, l’esecutivo sta lavorando a strumenti di sostegno per le attività produttive ferme a causa dell’emergenza. «Con la ministra Calderone stiamo individuando quali e quanti ammortizzatori sociali siano necessari per sollevare le aziende ora inattive, che devono comunque far fronte ai contributi per i lavoratori», ha spiegato Musumeci. Alcuni provvedimenti sono già pronti alla firma, altri richiederanno un passaggio legislativo in Consiglio dei ministri.

Il quadro, tuttavia, resta allarmante. Secondo il ministro, la linea del fronte della frana continua ad arretrare verso il centro abitato e l’area rossa è destinata ad ampliarsi. Per questo è stato costituito un team di esperti incaricato di valutare l’evoluzione del fenomeno e di stabilire se, negli anni, il fronte possa spingersi ulteriormente verso la città. «È fondamentale garantire un tetto dignitoso alle famiglie costrette ad allontanarsi dalle loro case, molte delle quali non potranno più rientrare», ha sottolineato Musumeci, invitando il Comune a individuare aree alternative sulle quali lo Stato è pronto a intervenire.

Ma l’emergenza di oggi riporta inevitabilmente alla storia di ieri. Il ministro ha annunciato che proporrà in Consiglio dei ministri un’indagine amministrativa per chiarire perché, dopo la frana del 1997, non sia stato realizzato alcun intervento strutturale. «Probabilmente si era convinti che il fenomeno si fosse arrestato. È necessario ricostruire ciò che è accaduto negli ultimi trent’anni e capire perché siamo arrivati a un punto di non ritorno», ha detto, parlando apertamente di possibili omissioni e superficialità.

Sul fronte europeo, arrivano segnali di sostegno. Il vicepresidente della Commissione Ue, Raffaele Fitto, ha confermato «il massimo impegno per garantire un supporto efficace e concreto» alle comunità di Sicilia, Calabria e Sardegna, colpite dal ciclone Harry. Fitto ha riferito di un confronto con Musumeci e con i presidenti delle tre Regioni interessate, chiarendo che l’Italia potrà presentare richiesta di intervento al Fondo europeo di solidarietà.

Sulla stessa linea il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha annunciato l’intenzione del governo di attivare il Fondo europeo. «La Protezione civile dovrà predisporre analisi e dati, ma è un percorso già seguito in passato, con risposte sempre generose da parte dell’Europa», ha assicurato.

Intanto, però, esplode la polemica sui fondi del Pnrr. Dei 46 progetti finanziati in Sicilia per il contrasto al dissesto idrogeologico, nessuno riguarda Niscemi. Eppure, secondo quanto riportato da Repubblica, l’area era oggetto di studi e allarmi da almeno trent’anni. Complessivamente sono stati stanziati 99,3 milioni di euro, di cui oltre 43 già erogati, per interventi destinati a mettere in sicurezza le aree più vulnerabili e ridurre i rischi per la popolazione. Tredici progetti sono ancora in corso, gli altri sono conclusi o in fase di collaudo, tutti sotto la regia della Protezione civile regionale. Niscemi, però, è rimasta fuori.

Un vuoto che oggi pesa come un macigno, mentre la frana avanza e la città attende risposte non solo per l’emergenza, ma anche per capire perché la prevenzione, ancora una volta, sia arrivata troppo tardi.

A chiudere il quadro, però, resta una riflessione che va oltre l’emergenza di Niscemi e chiama in causa mezzo secolo, forse più, di inerzia della classe dirigente a tutti i livelli. Una lunga stagione segnata da discrasie evidenti: il menefreghismo istituzionale alternato agli interventi spot, le tangenti che hanno drogato appalti e subappalti, i lavori eseguiti in fretta e male, più per chiudere pratiche che per mettere davvero in sicurezza i territori. A questo si è sommata una cronica mancanza di “attenzionamento” del suolo, l’abusivismo edilizio tollerato o sanato a posteriori, controlli deboli o inesistenti, piani che restano sulla carta. E, non ultimo, il rifiuto ideologico – o la colpevole sottovalutazione – del cambiamento climatico, che ha reso più frequenti e violenti eventi che oggi non possono più essere definiti straordinari. Non è il tempo di puntare l’indice contro singole responsabilità, ma di avviare finalmente una riflessione seria, tecnica e collettiva su come si governa il territorio in Italia. Perché ad ogni frana, alluvione o catastrofe si ripete lo stesso copione: promesse, polemiche, impegni solenni. Poi tutto si ferma, fino alla prossima emergenza. Spezzare questo immobilismo non è più una scelta politica: è una necessità nazionale.

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