Settemila rimpatri nel 2025 e un crollo degli sbarchi pari al 58% rispetto al 2024. È il bilancio che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi affida a un video pubblicato su X, rivendicando con forza l’efficacia delle politiche migratorie messe in campo dall’attuale esecutivo. Una narrazione che il Viminale presenta come la prova di un “cambio di passo” rispetto al passato, ma che solleva interrogativi sul reale significato dei numeri e sul contesto in cui vengono utilizzati.
Secondo Piantedosi, i risultati sarebbero frutto di “metodi e strategie innovative” che avrebbero colpito i traffici di esseri umani già nei Paesi di partenza, rafforzato la cooperazione con gli Stati di origine e ampliato i canali regolari di ingresso. Un impianto fondato su un principio definito “non negoziabile”: in Italia si entra solo per vie legali. A ciò si aggiunge, nelle parole del ministro, il ruolo svolto dall’Italia in ambito europeo, descritta come protagonista e apripista di nuovi modelli di gestione dei flussi poi condivisi dagli altri Stati membri.
Il dato più enfatizzato è quello dei rimpatri: quasi 7mila nel corso dell’anno, con un incremento del 55% rispetto al 2022. Parallelamente, sottolinea Piantedosi, gli sbarchi sarebbero diminuiti in modo netto: -58% nel 2024 rispetto all’anno precedente, un trend che — a suo dire — proseguirebbe anche nel 2025. Numeri che il ministro contrappone agli “anni degli arrivi incontrollati”, rivendicando una discontinuità politica e amministrativa.
“Da uomo delle istituzioni prima ancora che da ministro — afferma Piantedosi — sento il dovere di condividere fatti e numeri veri contro ipocrisie e fake news”. Un messaggio che punta a rafforzare la credibilità dell’azione di governo, ma che non scioglie tutte le criticità. I dati, infatti, vengono presentati senza un’analisi approfondita delle cause del calo degli sbarchi — legate anche a fattori geopolitici, accordi esterni e mutamenti delle rotte — né del reale impatto dei rimpatri sul sistema complessivo dell’accoglienza.

La comunicazione del Viminale appare così sempre più orientata a una lettura autocelebrativa, in cui i numeri diventano strumenti di consenso più che elementi di valutazione oggettiva delle politiche pubbliche. Una propaganda ormai ricorrente, che fatica a convincere un’opinione pubblica sempre più assuefatta agli slogan e sempre più attenta alla distanza tra annunci e realtà.
