A Torino, il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato e posto sotto sequestro dalla Digos, dopo le violente manifestazioni che hanno scosso la città. Il blitz, avvenuto all’alba, ha coinvolto una vasta operazione delle forze dell’ordine, che ha incluso anche i carabinieri e numerosi mezzi delle autorità. La perquisizione e il sequestro sono parte di un’inchiesta più ampia sugli assalti a importanti sedi torinesi, tra cui quella del quotidiano La Stampa, OGR e Leonardo, durante le manifestazioni pro-Palestina che hanno avuto luogo nelle ultime settimane.
Il centro sociale Askatasuna, occupato dal 1996 in corso Regina Margherita 47, è da sempre considerato l’ultimo baluardo di un’autonomia che non ha mai smesso di lottare contro le istituzioni. Il nome, che in basco significa “libertà”, ha rappresentato per anni un simbolo di resistenza, ma oggi sembra che il vento stia cambiando. All’interno dell’edificio, gli agenti hanno trovato sei attivisti, impegnati probabilmente nelle attività che si svolgono abitualmente nei piani superiori, nonostante il “patto di collaborazione” firmato con il Comune che permetteva l’occupazione solo del piano terra.
Il centro sociale, infatti, era diventato negli anni un punto di riferimento per una fetta di attivismo torinese, ma oggi il suo ruolo sembra entrare in conflitto con le nuove esigenze di sicurezza e ordine pubblico, soprattutto alla luce degli scontri violenti delle ultime manifestazioni. Non è un caso che il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, abbia confermato la cessazione del “patto di collaborazione”, dichiarando che la violazione delle condizioni previste per l’occupazione dell’immobile ha reso necessario l’intervento delle autorità.
La notizia dello sgombero è stata accolta con sorpresa e tensione. Fuori dal centro sociale si sono radunati attivisti e simpatizzanti, alcuni dei quali hanno cercato di opporsi al provvedimento, ma le forze dell’ordine hanno gestito la situazione mantenendo una netta separazione tra i manifestanti e gli agenti. La polizia ha impedito l’accesso ai locali, confermando la decisione di chiudere definitivamente la questione Askatasuna, almeno nelle forme in cui lo conoscevamo.
Il “patto di collaborazione”, stipulato tra il Comune e il comitato di garanzia, era stato pensato come un tentativo di mediazione tra le istituzioni e il centro sociale, che da anni rappresentava una sorta di “zona franca” per il movimento. Il contratto, però, sembrava ormai non più applicabile, visto il continuo allargamento delle attività illegali all’interno dell’edificio, come dimostrato dagli ultimi eventi legati agli assalti alle sedi di La Stampa, OGR e Leonardo. La violenza delle manifestazioni aveva infatti suscitato la reazione delle autorità, che hanno deciso di mettere un punto definitivo alla questione.
Per il sindaco Lo Russo, la decisione è chiara: il patto con Askatasuna è cessato. In una dichiarazione ufficiale, ha sottolineato che la Prefettura ha constatato la violazione delle prescrizioni che regolavano l’accesso all’immobile, in particolare nei piani superiori, e che questo comporta la fine di ogni accordo tra il Comune e il centro sociale. La situazione è dunque vista come un fallimento delle trattative e delle modalità di gestione precedenti.
Questo sgombero non segna solo la fine di un’occupazione storica, ma potrebbe anche rappresentare un cambio di paradigma nella gestione dei centri sociali in città. Da un lato, c’è la preoccupazione che il conflitto tra istituzioni e movimenti sociali possa crescere, dall’altro c’è la convinzione che sia necessario ristabilire la legalità e garantire la sicurezza per tutti i cittadini. L’esito di questo caso potrebbe, infatti, influenzare il trattamento di altre realtà simili in tutta Italia.
Nel frattempo, i riflettori restano puntati sulle indagini, che continuano a delineare un quadro complesso di violenza e disordini, con implicazioni che vanno oltre Torino, toccando la questione delle manifestazioni politiche e dei loro limiti, soprattutto quando sfociano in atti di aggressione. Ma per Askatasuna, la fine dell’occupazione segna anche un capitolo di resistenza che si chiude, mentre la città si prepara a riflettere su come gestire, in futuro, la linea sottile tra libertà di espressione e ordine pubblico.
