A cura di Salvatore Guerriero Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo
Smettiamola di parlare di PIL e di produttività come variabili indipendenti: sono meri sintomi.
Il vero indicatore del malessere italiano è l’allarme silenzioso che risuona nelle culle vuote. Ogni bambino non nato è un voto di sfiducia al futuro del Paese, una risorsa sottratta a imprese, servizi e pensioni fra vent’anni. Come rappresentante dell’apparato produttivo, non posso accettare che il fattore di debolezza strutturale principale sia l’assenza della materia prima fondamentale di ogni economia: le persone. Se l’Italia vuole tornare a correre, deve prima tornare a credere in sé stessa, e questa fede si manifesta attraverso l’investimento più coraggioso e urgente sulle nuove generazioni.
Non ci sarà alcuna crescita stabile e duratura senza un robusto e immediato rinnovamento generazionale.
Per l’economia, la gente è la materia prima, il primo soggetto di ogni produzione e innovazione. Abbiamo sbagliato quando abbiamo interpretato il calo delle nascite come una “conquistata qualità della vita”; oggi, l’assenza di una base demografica giovane è il principale fattore di debolezza strutturale del Paese, minando PIL, produttività, servizi e, in ultima analisi, il nostro peso globale.
I giovani non sono un costo o un numero in più da assistere. Essi sono l’asset più fondamentale della società: cervelli, idee, rinnovamento, audacia e possibilità.
È indispensabile un vero “Patto Nazionale” che superi ogni divisione politica e concentri gli sforzi su stabilità e sicurezza in modo da fornire ai futuri genitori le condizioni economiche e lavorative (casa, lavoro stabile) necessarie per pianificare una famiglia senza paura.
Bisogna rendere la genitorialità accessibile attraverso asili nido e servizi per l’infanzia che siano infrastrutture economiche, liberando il potenziale lavorativo (soprattutto femminile) e fornendo la base per la crescita dei nuovi cittadini.
Il ruolo produttivo della più lunga vita conquistata deve diventare
il progetto demografico italiano che non può limitarsi al solo incentivo alla natalità. La popolazione matura e anziana, che oggi è tanto numerosa, possiede grandi potenzialità inespresse che non devono essere fatte “essiccare con gli anni che passano”.
Questa popolazione non più giovane, deve essere resa utile a favore della società, perché è una vera e propria enciclopedia vivente.
Gli anziani sono il patrimonio di una vita, l’esperienza vivente del Paese. La loro esperienza, saggezza e conoscenza tecnica devono essere messe a disposizione delle nuove generazioni in un flusso continuo di sapere, fungendo da base solida per il progresso.
La popolazione di media età e gli anziani devono essere attivamente coinvolti nel mentoring professionale e aziendale, e nel supporto sociale e familiare, liberando così i giovani adulti da impegni assistenziali gravosi e permettendo loro di concentrarsi sulla produttività e sulla crescita familiare.
Come Presidente della Confederazione delle Imprese nel Mondo, la mia responsabilità non si limita alla difesa degli interessi economici delle associate, ma si estende alla salvaguardia dell’intero apparato produttivo nazionale che è un ecosistema che prospera solo se la sua base umana è vitale.
La strada importante da intraprendere è l’unità strategica: l’investimento sul fattore umano e demografico deve diventare l’unica, non negoziabile, politica di Stato. Non possiamo più tollerare che una questione così vitale sia ostaggio di speculazioni politiche o di divisioni ideologiche.
Abbiamo bisogno di una visione forte e condivisa che trasformi l’urgenza demografica nella nostra più grande opportunità di rilancio intergenerazionale. Diversamente, in pochi decenni, l’Italia conoscerà una stagione invernale definitiva. Dobbiamo agire ora, con determinazione, per garantire alle future generazioni non solo un futuro, ma la possibilità stessa di esistere.
