16 Agosto 2026, domenica
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Giornalisti in sciopero per un contratto fermo da dieci anni: la protesta che chiama in causa la democrazia dell’informazione

Redazioni impoverite, precari sfruttati, stipendi erosi dall’inflazione e investimenti che non arrivano: la mobilitazione del 28 novembre denuncia una crisi strutturale che riguarda non solo la categoria, ma il diritto dei cittadini a essere informati.

Oggi le giornaliste e i giornalisti italiani hanno incrociato le braccia. Una giornata di sciopero che non nasce da un moto di categoria, ma da un’emergenza che attraversa il sistema dell’informazione e che da dieci lunghi anni resta irrisolta: il contratto nazionale di lavoro giornalistico è scaduto e mai rinnovato. Una decade durante la quale i professionisti dell’informazione hanno visto ridursi progressivamente tutele, organici, retribuzioni e prospettive, mentre gli editori della Fieg hanno continuato a beneficiare di consistenti sovvenzioni pubbliche senza tradurle in investimenti.

Il comunicato diffuso dalla Federazione Nazionale Stampa Italiana richiama con nettezza il cuore del problema: il giornalismo, definito presidio essenziale della vita democratica del Paese, non ha ricevuto l’attenzione necessaria. Tagli, stati di crisi, licenziamenti e prepensionamenti hanno logorato le redazioni, svuotandole di risorse ed energie. Nel frattempo, il numero dei giornalisti dipendenti è diminuito, mentre è cresciuto in modo esponenziale il ricorso a collaboratori pagati pochi euro a pezzo, privi di diritti e di qualunque prospettiva professionale. È un modello che ha alimentato precarietà e squilibri generazionali, minando alla radice la qualità e l’indipendenza dell’informazione.

A pesare è anche l’erosione del potere d’acquisto: secondo l’Istat, in dieci anni l’inflazione ha mangiato quasi un quinto del valore degli stipendi. Per questo la categoria chiede un aumento in linea con gli altri contratti collettivi. La risposta degli editori, però, è stata giudicata inaccettabile: un ritocco salariale considerato irrisorio e, per i nuovi assunti, addirittura l’ipotesi di un ulteriore taglio alle retribuzioni, che acuirebbe il divario tra veterani e giovani professionisti.

La protesta, sottolineano i sindacati, non ha nulla di corporativo. Al contrario, affonda le radici nella convinzione che un’informazione realmente libera, plurale e autorevole richieda giornalisti indipendenti e adeguatamente retribuiti, non lavoratori compressi in condizioni di insicurezza economica e contrattuale. È una battaglia che riguarda la società nel suo complesso, perché un ecosistema informativo impoverito inevitabilmente riflette meno controlli, meno verifiche, meno capacità di raccontare la complessità.

La richiesta è quella di un nuovo contratto che aggiorni tutele e strumenti, riconosca le nuove professioni nate con l’evoluzione digitale, regoli l’uso dell’intelligenza artificiale e assicuri un equo compenso per i contenuti destinati alle piattaforme online. Non un passo indietro, ma uno slancio in avanti in un contesto tecnologico che corre, mentre il sistema editoriale sembra restare ancorato ai tagli del presente invece che investire sul futuro.

Gli editori, afferma la FNSI, devono assumersi la responsabilità di credere davvero nell’informazione professionale: investire in tecnologia, valorizzare i giovani, evitare che le nuove generazioni si trasformino in manodopera intellettuale sottopagata. È un impegno che non si deve soltanto ai giornalisti, ma soprattutto ai cittadini, a quel diritto a essere informati che la Costituzione tutela nell’articolo 21.

Lo sciopero di oggi rappresenta dunque molto più di un fermo delle attività: è un segnale politico, sociale e culturale. Un richiamo alla centralità dell’informazione nella vita democratica e alla responsabilità di chi, nel mondo editoriale, ha il compito e il dovere di garantirla.

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