8 Luglio 2026, mercoledì
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La Camera approva all’unanimità il reato autonomo di femminicidio: la legge entra nel codice penale

Con il nuovo articolo 577-bis arriva l’ergastolo per gli omicidi di donne motivati da discriminazione, odio o dinamiche di dominio. Un voto bipartisan sancisce un passaggio atteso da anni nel contrasto alla violenza di genere.

La Camera dei deputati ha votato all’unanimità il disegno di legge che introduce nel codice penale il reato autonomo di femminicidio. Un consenso trasversale, costruito nel corso degli ultimi mesi e già emerso con chiarezza durante l’esame estivo al Senato, che oggi si traduce in una norma destinata a segnare un cambio di paradigma nella risposta dello Stato alla violenza contro le donne.

Il provvedimento inserisce nel codice penale il nuovo articolo 577-bis, dedicato espressamente agli omicidi di donne commessi per motivi legati alla discriminazione di genere, all’odio o a dinamiche di prevaricazione esercitate attraverso comportamenti di controllo, dominio e possesso. Per queste condotte viene stabilita la pena dell’ergastolo, collocando la fattispecie tra le più gravi previste dall’ordinamento.

La formulazione della norma è stata al centro di un lungo confronto istituzionale e politico, culminato in una convergenza che ha dato al testo una valenza non soltanto giuridica, ma simbolica. L’obiettivo è quello di riconoscere la natura strutturale della violenza contro le donne, sottraendola alla dimensione episodica o privata e riportandola nel perimetro dei fenomeni sociali sistemici, ai quali lo Stato è chiamato a rispondere con strumenti specifici e incisivi.

L’approvazione alla Camera arriva mentre in Senato slitta l’esame del disegno di legge dedicato alla violenza sessuale, un altro tassello del più ampio mosaico di interventi di riforma che il Parlamento sta costruendo per rafforzare la tutela delle vittime. Il nuovo 577-bis, tuttavia, rappresenta un passaggio particolarmente significativo perché individua nel femminicidio una categoria giuridicamente autonoma, non più ricondotta soltanto alle aggravanti dell’omicidio comune.

La definizione legislativa mira a fotografare un fenomeno che negli ultimi anni è stato al centro di un intenso dibattito pubblico, alimentato dai dati e dalle cronache che raccontano una violenza spesso maturata all’interno delle relazioni affettive o familiari, in contesti segnati da dinamiche di controllo e sopraffazione. Il legislatore sceglie dunque di nominare esplicitamente ciò che accade, attribuendo a quella violenza una definizione precisa e una risposta penale adeguata.

Con il voto unanime della Camera, il nuovo reato diventa legge. Il Parlamento compie così un passo atteso e richiesto da tempo dalle associazioni, dai centri antiviolenza e da una parte crescente dell’opinione pubblica, nella consapevolezza che il contrasto alla violenza di genere non può limitarsi a un inasprimento sanzionatorio, ma passa anche attraverso il riconoscimento istituzionale della specificità e della gravità del fenomeno. Una base da cui ripartire per continuare a costruire, sul piano culturale e normativo, una tutela più efficace e una società più consapevole.

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