6 Ottobre 2026, martedì
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Il lungo ritorno a casa dei tesori ecclesiastici: l’indagine che ha riportato all’Arcidiocesi di Udine secoli di memoria sottratta

In un’operazione estesa e meticolosa, i Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Udine hanno recuperato centinaia di beni archivistici, libri rari e dipinti antichi dispersi nel tempo e finiti nel mercato on-line. Una restituzione che ridà identità al patrimonio storico e devozionale della Chiesa friulana.

Il 24 novembre 2025, nelle sale luminose del Museo Diocesano e delle Gallerie del Tiepolo di Udine, è andata in scena una restituzione che ha il sapore del risarcimento storico. Davanti al Direttore del Museo, alle autorità dell’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali Ecclesiastici e ai rappresentanti dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, l’Arcivescovo Riccardo Lamba ha accolto il rientro di un patrimonio che sembrava perduto per sempre: centinaia di documenti d’archivio, un volume del 1902 e due dipinti antichi, tutti fuoriusciti nel tempo da proprietà ecclesiastiche e ricomparsi, spesso in sordina, sulle piattaforme di vendita on-line.

Un ritorno reso possibile da un lavoro investigativo paziente, capillare e tecnologicamente aggiornato, condotto dal Nucleo TPC di Udine attraverso monitoraggi sistematici del web e indagini avviate tra il 2024 e il 2025 sotto il coordinamento delle Procure della Repubblica di Udine e Trieste.

Il caso emblematico è quello di un’epistola del 1842, indirizzata all’Ordinariato Vescovile di Udine. Il documento, di indubbio valore storico, è riemerso negli annunci di un collezionista triestino che, su un noto social network, aveva messo in vendita un’ampia serie di manoscritti legati a vari enti pubblici, anche anteriori all’Unità d’Italia. Confronti, verifiche e il successivo intervento del Tribunale di Trieste hanno permesso di ricondurre l’epistola al proprio archivio originario, sancendone ufficialmente la restituzione.

Ancora più complessa la vicenda dei due dipinti: un olio su tela raffigurante il matrimonio mistico di Santa Caterina e una piccola tavoletta a soggetto mariano. Sono stati ritrovati nella casa di un cittadino di Pozzuolo del Friuli deceduto di recente, il quale nel corso della vita aveva raccolto, senza titolo, una vasta quantità di reperti archeologici, paleontologici e beni culturali di varia natura. L’analisi della loro probabile provenienza – edifici di culto dell’Arcidiocesi di Udine – ha portato la Procura udinese a coordinarne il rientro. Un recupero che assume un valore particolarmente significativo in un territorio duramente colpito e impoverito, nel corso del Novecento, non solo dai conflitti mondiali ma anche dal devastante terremoto del 1976.

A completare il quadro delle restituzioni, un volume particolarmente prezioso: l’Enchiridion Parochorum del 1902, redatto da mons. Giovanni Maria Berengo, Arcivescovo di Udine tra Ottocento e Novecento. Il libro, autentico strumento pastorale e ricco di timbri e note di possesso tuttora riconoscibili, era stato individuato su un portale di e-commerce dove un privato cittadino di Aquileia lo aveva messo in vendita, ignaro della sua origine. L’acquirente lo aveva trovato nella nuova abitazione, senza essere consapevole della sua natura ecclesiastica. Pur in assenza di responsabilità penali, il volume è tornato alla biblioteca arcivescovile a cui appartiene.

La parte più imponente dell’operazione riguarda però il recupero di oltre 530 documenti archivistici di grande rilevanza storica, datati tra il XVIII e il XX secolo, restituiti all’Arcidiocesi dopo una lunga e articolata indagine del TPC di Udine coordinata dalla Procura. Il sequestro complessivo – oltre 2.600 beni archivistici, alcuni di eccezionale interesse storico e anche di notevole valore economico a causa della presenza di francobolli e annulli rari – è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno sotterraneo ma persistente: la dispersione silenziosa di materiale documentale appartenente a enti pubblici ed ecclesiastici. Nel corso dell’operazione sono state sequestrate anche oltre mille monete romane e cinque anelli dello stesso periodo, beni destinati alla Soprintendenza di Trieste.

La ricognizione e la catalogazione, condotte con la collaborazione della Soprintendenza Archivistica, hanno permesso di individuare i diversi enti proprietari, restituendo a ciascuno frammenti di memoria che rischiavano di essere inglobati in collezioni private o immessi nel mercato antiquario in maniera irrevocabile.

L’azione dei Carabinieri a tutela del patrimonio culturale ecclesiastico non è solo un presidio legale ma anche una forma di vigilanza sulla memoria collettiva. Dipinti, epistole, archivi e libri antichi non sono semplici oggetti storici: rappresentano tracce di identità, testimonianze di devozione, spaccati sociali, rapporti tra istituzioni religiose e comunità locali. Il Codice dei Beni Culturali considera questi beni al pari di quelli dello Stato, riconoscendone il valore pubblico indipendentemente dalla proprietà ecclesiastica. Ed è proprio questa dimensione pubblica, oltre che spirituale, a rendere la loro tutela un dovere collettivo.

L’operazione condotta a Udine dimostra che, anche a distanza di decenni o secoli, è possibile riportare alla luce e restituire ciò che sembrava definitivamente sottratto. Ma richiama anche a una responsabilità civile: riconoscere e rispettare la natura di questi beni, evitando di trasformarli in oggetti ornamentali o di collezione privata privi di legittimo titolo. Perché ogni documento recuperato non è solo un pezzo di storia ritrovato, ma una tessera ricollocata nel mosaico della memoria comune.

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