26 Luglio 2026, domenica
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Quando le parole inciampano sulla realtà: il caso Nordio-Roccella e la risposta che scuote il dibattito

Le frasi dei due ministri sulla violenza di genere accendono la reazione di Chiara Appendino e di Roberta Mori: “Tesi pericolose, che arretrano il Paese”. Al centro della polemica, il ruolo dell’educazione e la deriva culturale che rischia di legittimare la violenza.

Nel Paese che ogni giorno fa i conti con un’emergenza femminicidi, bastano poche parole per riaprire ferite mai rimarginate. E questa volta le parole arrivano da due ministri della Repubblica, Carlo Nordio ed Eugenia Roccella, scatenando un’ondata di reazioni indignate.

Il ministro della Giustizia ha parlato di una presunta radice genetica della violenza maschile. Un’affermazione che, secondo molti osservatori, sposta la responsabilità dall’ambito culturale a quello biologico, trasformando l’aggressività verso le donne in un destino naturale. A ruota, la ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità ha sostenuto che l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole non contribuirebbe a ridurre la violenza, mettendo in discussione uno degli strumenti più considerati in Europa per la prevenzione.

Parole che hanno colpito nel segno, ma in senso opposto a quello desiderato. Tra le prime reazioni si è levata la voce di Chiara Appendino, che ha definito quelle due tesi “sbagliate e pericolose”. L’ex sindaca di Torino ha affondato il colpo: “Oggi due Ministri della Repubblica hanno pronunciato parole che fanno male. Parole che non spiegano la violenza: le danno un gigantesco alibi culturale”.

Appendino accusa l’impostazione genetica evocata da Nordio perché “se la violenza è nel DNA, allora l’uomo è un predatore per natura”. E contesta la posizione di Roccella sull’inutilità dell’educazione: “Se l’educazione non serve, allora stiamo dicendo ai nostri figli che non esiste alcun modo per imparare il rispetto, il consenso, l’affettività”.

La lettura è drastica: “È oscurantismo, e l’oscurantismo genera violenza”. Il rischio, secondo Appendino, è normalizzare una cultura che porta migliaia di adolescenti a imparare la sessualità dalla pornografia e a non riconoscere le dinamiche tossiche di un rapporto. Per lei, la verità è tutt’altra: la violenza non è un istinto ma una cultura, e come tale si può cambiare “educando alle relazioni sane”.

Sul fronte democratico, la portavoce nazionale della Conferenza delle donne, Roberta Mori, ha rincarato la dose con una nota severa, che non lascia margini di interpretazione. “Le parole dei ministri Nordio e Roccella sono non solo imbarazzanti, ma fuorvianti e pericolose”, afferma. E prosegue: “Nessuna riflessione può mai giustificare la violenza: la violenza non è un destino inevitabile, bensì il fallimento di una intera società”.

Mori definisce l’idea di un “codice genetico” della violenza maschile come un ritorno al più arretrato dei pregiudizi, capace di ridurre la complessità del fenomeno “alla legge del più forte”. Una tesi che giudica “falsa nella sostanza e devastante nelle conseguenze”, perché banale e disorientante di fronte a una tragedia quotidiana. E critica con fermezza anche la posizione di Roccella, rilevando come negare l’utilità dell’educazione sessuo-affettiva riveli “la mancanza di competenze e sensibilità adeguate” da parte di chi dovrebbe guidare il cambiamento.

Per Mori, è proprio la scuola il luogo in cui si costruisce la cultura del rispetto e si disinnescano le derive violente. Servono, dice, politiche strutturali e coraggiose, non semplificazioni che arretrano il dibattito.

Il nodo resta lo stesso, ineludibile: la violenza contro le donne non è un fatto naturale, non è una fatalità biologica, non è un fenomeno che si abbatte senza possibilità di intervento. È figlia di una cultura che dà valore al dominio, al silenzio, alla marginalizzazione. Una cultura che può essere disinnescata solo con investimenti continui nell’educazione, nella consapevolezza e nella responsabilità politica.

È in questo spazio che si gioca la credibilità del discorso pubblico. Perché quando chi governa minimizza la dimensione culturale della violenza, rischia di spostare il Paese indietro di anni. E perché, come ricordano Appendino e Mori, la violenza non è inevitabile. Proprio per questo, nessuno può permettersi di arretrare.

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