16 Agosto 2026, domenica
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Caso Shalabayeva: confermata in Appello bis la condanna per i poliziotti coinvolti nel rimpatrio della moglie del dissidente kazako

La Corte di Firenze ribadisce la responsabilità dei funzionari per il sequestro di persona durante l'espulsione di Alma Shalabayeva nel 2013. Condanne tra i quattro e i cinque anni di reclusione e riduzione parziale dell'interdizione dai pubblici uffici.

La Corte di Appello di Firenze ha confermato le condanne nei confronti di cinque funzionari di polizia coinvolti nel rimpatrio di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa con la figlia di sei anni nel maggio del 2013. Le pene, che vanno dai quattro ai cinque anni di reclusione, si riferiscono al reato di sequestro di persona, in quanto le procedure di espulsione sono state ritenute irregolari e hanno esposto la donna e la bambina a un pericolo concreto di persecuzioni politiche in Kazakistan.

Il processo d’Appello bis, che ha avuto luogo nelle scorse settimane, ha visto una conferma della sentenza emessa dal Tribunale di Perugia in primo grado. Le pene rimangono invariate, ma la Corte ha riformato parzialmente la parte della condanna relativa all’interdizione dai pubblici uffici, riducendola da perpetua a cinque anni.

Le condanne confermate: chi sono i condannati

Le condanne, in gran parte, riguardano esponenti di spicco della polizia: tra questi spiccano Renato Cortese e Maurizio Improta, rispettivamente ex capo della Squadra Mobile e dell’Ufficio Immigrazione della Questura di Roma, entrambi condannati a cinque anni di reclusione. Stessa pena è stata inflitta anche a Luca Armeni e Francesco Stampacchia, due funzionari della Squadra Mobile. Una condanna di quattro anni, invece, è stata confermata per Vincenzo Tramma, ex funzionario dell’Ufficio Immigrazione.

Gli imputati sono stati inoltre condannati al pagamento delle spese processuali e dei risarcimenti per i danni subiti dalla parte civile, che ha seguito il processo con un’intensa attenzione, puntando al riconoscimento dei diritti violati e alla giustizia per la vicenda che ha coinvolto Alma Shalabayeva.

La vicenda del rimpatrio e le accuse di sequestro

Il caso risale alla fine di maggio 2013, quando Alma Shalabayeva e la sua bambina, Alua, vennero prelevate dalle forze dell’ordine italiane e trasferite in modo irregolare in Kazakistan. Il provvedimento di espulsione era stato emesso senza rispettare le normali procedure legali, e l’azione di rimpatrio ha avuto gravi conseguenze per le due donne, che avrebbero corso il rischio di subire ritorsioni e persecuzioni politiche in patria. La vicenda ha sollevato numerose polemiche, anche per l’involontario coinvolgimento dell’Italia in un’operazione che, secondo le ricostruzioni, ha avuto il sapore di un atto politico finalizzato a restituire un oppositore del regime kazako al suo Paese.

La parte civile, rappresentata dall’avvocato di Alma Shalabayeva, ha sottolineato come la fuga dal Kazakistan fosse motivata dal timore di gravi violazioni dei diritti umani, e come il trattamento subito in Italia – con il rimpatrio forzato – abbia aggravato ulteriormente il dramma umano di Shalabayeva e della figlia.

Le dichiarazioni di Alma Shalabayeva: “Giustizia è stata fatta”

Alma Shalabayeva ha espresso grande soddisfazione per la decisione della Corte, che ha confermato le condanne e riconosciuto la gravità delle violazioni. “È stata una decisione molto difficile da prendere, contro altri funzionari dello Stato italiano, ma è la decisione giusta”, ha commentato in aula, visibilmente emozionata. “Voglio dire grazie a tutte le persone che mi hanno dato fiducia, grazie a loro oggi possiamo parlare di giustizia.”

Le sue parole sono state un segno di gratitudine nei confronti di chi, in Italia, ha sostenuto la sua causa e ha lottato affinché venisse fatta luce su un episodio che ha turbato la coscienza pubblica e sollevato interrogativi sul rispetto dei diritti fondamentali.

La posizione del Procuratore Generale e della parte civile

Nel corso del processo, il Procuratore Generale di Firenze, Luigi Bocciolini, aveva chiesto l’assoluzione per gli imputati, sostenendo che non vi fossero prove sufficienti per confermare la responsabilità dei funzionari coinvolti. Tuttavia, la parte civile, costituita dalla famiglia Shalabayeva, ha chiesto la conferma delle condanne e il risarcimento per il danno subito.

La Corte d’Appello ha accolto la richiesta della parte civile, confermando la sentenza di primo grado per quanto riguarda la responsabilità penale degli imputati, con la sola parziale modifica dell’interdizione dai pubblici uffici, che è stata ridotta da una durata perpetua a cinque anni.

Le motivazioni della sentenza e il futuro del caso

La Corte ha annunciato che le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni, fornendo così il quadro giuridico completo della decisione. Questo documento sarà fondamentale per chiarire i dettagli legali della vicenda, in particolare per quanto riguarda la qualificazione del reato di sequestro di persona, che ha suscitato dibattiti sull’interpretazione delle leggi italiane ed europee in materia di diritti umani e procedure di espulsione.

Con la conferma delle condanne, il caso Shalabayeva rappresenta un’importante pietra miliare nella tutela dei diritti umani, non solo in Italia, ma anche in un contesto internazionale dove la collaborazione tra Stati può portare a risultati controversi, come quello che ha coinvolto la moglie di un dissidente kazako. La sentenza, tuttavia, dimostra che la giustizia italiana è stata in grado di fare luce su un episodio tanto complesso quanto doloroso, e di dare una risposta, seppur parziale, alle vittime di un errore giuridico che ha avuto conseguenze ben oltre i confini nazionali.

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