3 Agosto 2026, lunedì
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Trieste, il grido ignorato di Giovanni: nei verbali del 2023 il racconto della violenza. Ora il ministero indaga sugli incontri non protetti

Il bambino di 9 anni ucciso dalla madre a Muggia aveva denunciato episodi di maltrattamento già due anni fa. Cinquemila pagine di atti ricostruiscono una vicenda segnata da segnalazioni inascoltate, archiviazioni e decisioni controverse. Due inchieste, penale e ministeriale, cercano ora di capire come sia stato possibile.

Quando nel giugno del 2023 Giovanni, otto anni appena, raccontò ai carabinieri che sua madre aveva tentato di strangolarlo, quelle parole finirono in fondo a faldoni già pesanti, compressi tra migliaia di pagine di denunce, relazioni, perizie, decisioni giudiziarie e documenti dei servizi sociali. Oggi, dopo il figlicidio del piccolo, ucciso sgozzato a Muggia dalla madre Olena Stasiuk, quei verbali riemergono come un monito terribile: il bambino parlava, ma nessuno ha saputo proteggerlo davvero.

Le sue frasi, raccolte dai militari intervenuti nell’abitazione del padre durante l’ennesimo litigio tra i genitori separati, descrivono un gesto preciso. Giovanni mimava le mani che stringono il collo, raccontava di aver avuto paura. Una testimonianza inserita negli atti custoditi dalla legale di Paolo Trame, l’avvocata Gigliola Bridda, che seguì la famiglia fino alla primavera di quest’anno. Parlò apertamente di una vicenda «complessa, monitorata dalle istituzioni ma sottovalutata nei suoi passaggi decisivi».

Due inchieste per capire cosa non ha funzionato

Oggi le indagini sono due e corrono parallele. La prima, penale, prova a ricostruire come una donna con precedenti problemi psichiatrici — già seguita dal Centro di Salute Mentale di Trieste e dai servizi sociali di Muggia — abbia potuto ritrovarsi da sola con il figlio, senza alcuna supervisione, durante l’incontro in cui è poi avvenuto il delitto.

La seconda inchiesta, affidata al ministero della Giustizia, vuole invece capire come si è arrivati alla decisione più controversa: la scelta del tribunale civile di autorizzare, dal 13 maggio 2024, incontri madre-figlio non protetti, cioè senza assistenti sociali presenti. Una decisione che oggi appare incomprensibile, soprattutto alla luce delle segnalazioni raccolte negli anni.

Le parole di Giovanni, archiviate senza conseguenze

Quei verbali del 2023 non erano un episodio isolato. Il conflitto tra i genitori era iniziato nel 2017, anno della separazione. Da allora, una lunga scia di segnalazioni e ricorsi aveva disegnato il profilo di una situazione fragile, fatta di tensioni, accuse reciproche, e soprattutto di allarmi sulla stabilità della madre.

Nelle carte emerge anche un episodio del 2018: Olena Stasiuk avrebbe minacciato di togliersi la vita portando con sé il bambino. Eppure, alcune denunce furono archiviate. Compreso il presunto tentativo di strangolamento, che un pm ritenne compatibile con ferite da “evento accidentale”, una valutazione poi accolta dal gip.

Una linea che, col senno di poi, appare come un tassello di una catena interrotta troppe volte.

Perché il tribunale autorizzò gli incontri senza tutela

La decisione del maggio 2024 rappresenta il nodo centrale sul quale si concentra oggi il Guardasigilli. Secondo la ricostruzione della difesa del padre, il tribunale aveva recepito indicazioni dei servizi sociali che riferivano di “progressi” nelle condizioni psichiche della donna. Una valutazione che aveva portato a ritenere superflua la supervisione durante gli incontri con il figlio.

È in quell’intervallo, in quell’apertura concessa in attesa di verifiche successive, che si è consumata la tragedia.

Il ministero ha chiesto una relazione urgente per ricostruire tutti i passaggi: chi propose il cambio di regime, quali elementi furono valutati, chi ebbe la responsabilità finale della decisione. Una verifica che deve anche accertare se siano stati rispettati i protocolli stabiliti per genitori con precedenti psichiatrici.

Nel frattempo si attende l’autopsia, dalla quale dovrà emergere il numero e la dinamica delle coltellate inferte al piccolo da sua madre.

Una storia di ferite, silenzi e contese

Paolo Trame, operaio triestino, e Olena Stasiuk, originaria di Zaporizhzhia, si erano conosciuti nel 2012. La relazione si era però incrinata pochi anni dopo la nascita di Giovanni. La donna, già in passato ricoverata per un trattamento sanitario obbligatorio legato a una diagnosi di schizofrenia, aveva attraversato fasi alterne di cura e apparente stabilità.

Sullo sfondo, una disputa legale continua, fatta di perizie, udienze, richieste di affido, relazioni dei servizi. Un conflitto che, pur noto da anni, non ha impedito che la situazione precipitasse.

Una vicenda che interroga tutti

L’omicidio di Giovanni non è soltanto un dramma familiare: è il punto di rottura di un sistema che avrebbe dovuto proteggere il più fragile tra tutti. Cinquemila pagine di documenti raccontano una storia in cui ogni passo aveva il peso di un avvertimento. Oggi la Giustizia prova a mettere ordine tra quei segnali ignorati e quelle scelte che, una dopo l’altra, hanno aperto la strada alla tragedia.

Ricostruire come sia stato possibile non restituirà la vita al bambino, ma potrà almeno aiutare a evitare che un altro grido d’aiuto, pronunciato sottovoce da un minore, resti nuovamente senza ascolto.

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