La tensione politica sul fronte economico e industriale si fa sempre più alta. Il Partito Democratico accusa frontalmente il governo di Giorgia Meloni di aver condotto l’Italia a una “Waterloo industriale”, tra la crisi senza fine dell’ex Ilva e il caos che circonda il programma “Transizione 5.0”, presentato come fiore all’occhiello della politica industriale e diventato, secondo i dem, un simbolo di disordine e improvvisazione.
“Tra Ilva e Transizione 5.0 siamo di fronte alla Waterloo del governo Meloni e del ministro Urso”, scrive in una nota Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria nazionale del Pd. “I nodi di una gestione confusa e approssimativa stanno venendo tutti al pettine: programmi di incentivazione gestiti con logiche da stop and go, regole in continuo mutamento, piattaforme informatiche cambiate più volte, fino alla sconcertante chiusura e riapertura di Transizione 5.0”.
Secondo Misiani, il piano che avrebbe dovuto rilanciare la competitività del sistema produttivo italiano si è trasformato in un percorso accidentato, segnato da contraddizioni e ritardi che hanno esasperato le imprese. “Scelte pasticciate e contraddittorie hanno compromesso l’attuazione di un progetto che il governo aveva presentato come strategico per la crescita del Paese”, accusa l’esponente dem.
La crisi dell’Ilva e il rischio di un disastro industriale
Al centro del j’accuse del Partito Democratico c’è anche la drammatica situazione dell’ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, definita da Misiani “a un punto di non ritorno”. Per il dirigente dem, il governo “continua a rifiutare una piena assunzione di responsabilità da parte dello Stato, che rappresenta invece l’unica strada per evitare un disastro industriale, occupazionale e sociale di proporzioni enormi”.
I dati evocati dall’ex viceministro dell’Economia delineano un quadro preoccupante: “In tre anni di governo Meloni, il sistema produttivo si è fortemente indebolito. La produzione industriale è calata come mai nella storia recente, la cassa integrazione è in aumento e settori strategici come l’automotive e la chimica di base sono in disarmo”.
Secondo Misiani, il governo avrebbe scelto di guardare altrove, privilegiando “le rassicurazioni ai mercati e alle agenzie di rating” piuttosto che il sostegno concreto alle famiglie e alle imprese. “È un errore grave, che l’Italia rischia di pagare molto caro”, conclude.
La legge di bilancio sotto accusa
Le critiche non si fermano alla politica industriale. Anche sul fronte agricolo, il Partito Democratico parla di scarsa visione e mancanza di risorse, denunciando una legge di bilancio che non affronta le vere priorità del settore primario.
Nel corso di un incontro con le associazioni degli agricoltori e i rappresentanti della cooperazione, l’eurodeputata Camilla Laureti, responsabile dem per le politiche agricole, insieme alla deputata Antonella Forattini, capogruppo Pd in Commissione Agricoltura alla Camera, e al senatore Silvio Franceschelli, capogruppo in Commissione Agricoltura al Senato, ha delineato la linea di opposizione del partito: “Gli emendamenti che presenteremo – hanno spiegato – interverranno sulla possibilità di compensazione e sul credito d’imposta, sulla Zes Unica estesa al settore e sul programma ‘Agricoltura 4.0’. Due milioni e mezzo di euro sono una cifra del tutto insufficiente per sostenere la transizione del comparto”.
I dem chiedono inoltre di accelerare l’approvazione del ddl ColtivaItalia, o di anticipare almeno alcune delle misure previste, considerate essenziali per sostenere le aziende agricole. “Il governo deve comprendere – sottolineano – che è urgente tutelare il reddito degli agricoltori e aiutarli nell’innovazione, indispensabile per la conversione ecologica. È una sfida che non possono affrontare da soli”.
Un Paese in affanno tra industria e agricoltura
Il doppio attacco del Partito Democratico mette in evidenza un fronte economico fragile e disorientato: da un lato la crisi industriale, con l’Ilva simbolo di un declino che sembra inarrestabile; dall’altro l’agricoltura, schiacciata dall’aumento dei costi, dai dazi americani e da una carenza strutturale di fondi e programmazione.
Nel mirino dell’opposizione c’è una manovra finanziaria che, secondo il Pd, riduce drasticamente gli stanziamenti per le politiche industriali e lascia quasi vuoto il fondo per l’automotive proprio nel momento di massima crisi del settore.
Dietro la denuncia dei democratici si delinea un messaggio politico chiaro: il Paese, sostengono, ha bisogno di una politica industriale di lungo respiro, capace di accompagnare le trasformazioni tecnologiche e ambientali, e di una strategia agricola moderna, che sostenga davvero chi produce.
“Serve un’inversione di rotta”, conclude Misiani. “Un governo che metta al centro il lavoro, la produzione, l’innovazione e la giustizia sociale. L’Italia non può permettersi di restare ferma mentre il mondo cambia”.
