Nuove tensioni a nord di Gerusalemme, dove decine di palestinesi del villaggio di Qalandiya, in Cisgiordania, hanno ricevuto ordini di sfratto dalle autorità israeliane. Le famiglie dovranno abbandonare le proprie case e i terreni agricoli entro venti giorni. Il provvedimento, riferisce l’organizzazione israeliana Peace Now, è legato alla realizzazione di un impianto per il trattamento dei rifiuti.
Qalandiya si trova appena oltre la barriera di separazione ma, dal punto di vista amministrativo, rientra nei confini municipali di Gerusalemme. È un’area che da anni vive una condizione sospesa: formalmente sotto giurisdizione israeliana, ma di fatto isolata e circondata da check-point e terreni contesi.
Secondo Peace Now, la decisione di sgomberare i residenti trae origine da un piano avviato nel giugno 2024, quando il governo israeliano incaricò la società municipale Eden di individuare un sito idoneo alla costruzione di un nuovo impianto di smaltimento dei rifiuti. La scelta è ricaduta su una porzione di terreno che, pur appartenendo a Gerusalemme secondo la delimitazione amministrativa, si trova al di là del muro di separazione.
Si tratta di un’area prevalentemente agricola, coltivata da generazioni e punteggiata da almeno sette edifici residenziali. Le famiglie che vi abitano hanno ricevuto notifiche formali che impongono lo sgombero nel giro di tre settimane, con la prospettiva concreta di perdere non solo le abitazioni ma anche i campi da cui traggono sostentamento.
Peace Now ricorda che il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, lo scorso aprile, ha firmato un avviso che riattiva due vecchi ordini di esproprio risalenti al 1970 e al 1982. Tali decreti, rimasti per decenni sulla carta, vengono ora utilizzati come base legale per l’attuale operazione di sgombero.
L’organizzazione israeliana denuncia il rischio di un ulteriore passo verso la marginalizzazione delle comunità palestinesi nei territori sotto controllo israeliano, con la giustificazione di interventi infrastrutturali o ambientali. “È una procedura che si ripete – afferma Peace Now –: sotto la veste di progetti civili si celano spesso politiche di espansione e di controllo del territorio”.
La vicenda di Qalandiya si inserisce in un contesto già estremamente fragile. Il villaggio, situato lungo la principale arteria che collega Ramallah a Gerusalemme, è da anni teatro di tensioni e restrizioni alla libertà di movimento. Ora, alle difficoltà quotidiane, si aggiunge la prospettiva concreta di un esproprio che rischia di cancellare un’intera comunità agricola per far posto a un impianto destinato a servire la capitale israeliana.
Mentre i residenti si preparano a presentare ricorso e le organizzazioni umanitarie chiedono la sospensione degli sfratti, la questione si profila come un nuovo punto di frizione tra autorità israeliane e popolazione palestinese. In gioco non c’è solo il destino di un pugno di case, ma l’ennesimo capitolo di una disputa che intreccia diritto, urbanistica e politica in una delle aree più contese del Medio Oriente.
