La cucina italiana compie un passo decisivo verso l’ingresso nell’Olimpo dei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. L’Unesco ha infatti espresso un primo parere favorevole al dossier che candida la tradizione gastronomica del nostro Paese a entrare nella prestigiosa lista che tutela i saperi, i gesti e le ritualità capaci di raccontare l’identità dei popoli.
Si tratta di un “sì” tecnico, ma di grande peso: una valutazione preliminare che riconosce la solidità e la coerenza del progetto intitolato “La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”, elaborato dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Agricoltura. L’approvazione formale arriverà solo a dicembre, quando il Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale si riunirà a New Delhi per decidere se iscrivere ufficialmente la cucina italiana nella lista dell’Unesco.
Il parere tecnico: un sì che pesa, ma non è ancora definitivo
Il parere espresso dagli esperti dell’Unesco rappresenta un passaggio chiave in un percorso iniziato da anni e costruito con rigore scientifico. Gli organi consultivi internazionali hanno riconosciuto nel dossier italiano la capacità di rappresentare un patrimonio vivo e dinamico, che unisce conoscenze, saperi, convivialità e sostenibilità.
“La valutazione tecnica pubblicata ci dice che il dossier è ben fatto ed è coerente con gli obiettivi dell’Unesco,” ha spiegato Pier Luigi Petrillo, professore alla Luiss Guido Carli e curatore della candidatura. “Occorre però tenere conto che questo primo sì non deve creare illusioni, perché il Comitato intergovernativo che si riunirà in India a dicembre ha la possibilità di rivedere completamente la decisione.”
Il parere tecnico, infatti, non è vincolante ma costituisce la base su cui si fonda la decisione politica finale. È il segnale che l’Italia ha saputo costruire un racconto credibile e documentato della propria cucina come espressione culturale e non solo gastronomica.
Il dossier: la cucina come identità e comunità
Il lavoro che ha portato alla candidatura è frutto di un lungo percorso di ricerca, coordinato dai due ministeri competenti con la collaborazione delle principali associazioni di categoria, delle università e delle comunità locali.
Al centro del dossier c’è un concetto chiave: la cucina italiana come espressione viva della comunità, come linguaggio universale che unisce generazioni, territori e culture. Non si tratta dunque solo di ricette o piatti simbolo, ma di un patrimonio di saperi condivisi, pratiche quotidiane e rituali che danno forma alla vita sociale del Paese.
La candidatura sottolinea anche il valore etico e ambientale della nostra tradizione gastronomica, fondata su biodiversità, stagionalità e rapporto armonico con la terra.
La decisione di dicembre: l’Italia in attesa del verdetto di New Delhi
L’ultima parola spetterà al Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, che si riunirà dall’8 al 13 dicembre a New Delhi. Sarà quella la sede in cui la candidatura italiana verrà discussa insieme a quelle di altri Paesi. In esame ci saranno anche lo Yodel svizzero, il Son cubano, gli Origami giapponesi, il vino passito ciprioto e la Passione di Cristo in Messico.
Un eventuale sì aprirebbe una nuova pagina nella storia culturale del nostro Paese. L’Italia, già leader mondiale per numero di siti e beni riconosciuti dall’Unesco, aggiungerebbe un riconoscimento che celebra la propria identità gastronomica come patrimonio collettivo dell’umanità.
I patrimoni immateriali italiani già riconosciuti
L’Italia vanta oggi un primato: è la nazione con il maggior numero di patrimoni iscritti nella lista Unesco. Tra quelli immateriali figurano la dieta mediterranea, riconosciuta nel 2010 come modello di equilibrio tra salute, ambiente e convivialità, e l’arte dei pizzaioli napoletani, entrata nel 2017 per il suo valore sociale e simbolico.
A questi si aggiungono la Perdonanza Celestiniana dell’Aquila, il Canto a tenore sardo, l’Opera dei Pupi siciliana, la Transumanza e la Vite ad alberello di Pantelleria. Tutti elementi che testimoniano la ricchezza culturale del Paese e la capacità di coniugare tradizione e innovazione.
Il confronto con gli altri Paesi: quando il cibo diventa cultura
Nel corso degli anni l’Unesco ha già riconosciuto diverse pratiche gastronomiche come patrimoni immateriali dell’umanità. Tra queste, il pasto gastronomico dei francesi e la cucina tradizionale messicana, entrambe entrate nel 2010, la cultura del kimchi coreano e la cucina giapponese washoku, riconosciute nel 2013, e l’arte del pane azzimo turco nel 2016.
Ogni candidatura ha raccontato un aspetto diverso del legame tra cibo e società: convivialità, memoria, sostenibilità, spiritualità. Se la proposta italiana venisse approvata, la nostra cucina si affiancherebbe a queste eccellenze mondiali, rafforzando il ruolo dell’Italia come ambasciatrice del gusto e della cultura alimentare.
Un patrimonio collettivo e universale
A differenza di altri casi, la candidatura italiana non riguarda una singola tradizione regionale o un rituale specifico, ma l’intero sistema della cucina nazionale: un mosaico di pratiche, saperi, biodiversità, relazioni sociali e convivialità.
Mentre il pasto gastronomico dei francesi si concentra sul rito conviviale e la cucina messicana celebra la tradizione del Michoacán, l’Italia propone una visione più ampia: la cucina come linguaggio identitario, ponte tra comunità e simbolo di appartenenza.
Se il giudizio tecnico verrà confermato, la cucina italiana sarà la prima al mondo a essere riconosciuta nel suo complesso come patrimonio culturale immateriale dell’umanità.
Un traguardo che andrebbe oltre il piatto, raccontando al mondo non solo cosa mangiamo, ma chi siamo.
