La crisi mediorientale torna a infiammarsi su più fronti. Israele ha chiuso i valichi di frontiera di Kerem Shalom e Al-Awja, le principali porte di ingresso degli aiuti umanitari dalla penisola del Sinai verso la Striscia di Gaza. La decisione, annunciata dalla Mezzaluna Rossa egiziana, interrompe temporaneamente il flusso di convogli umanitari diretti all’enclave palestinese, già duramente provata dai mesi di guerra.
Secondo quanto riferito dalle autorità egiziane, la chiusura sarebbe legata alla coincidenza di una giornata festiva in Israele e in Egitto. Tuttavia, la mossa di Tel Aviv viene letta in un contesto di crescente tensione politica e militare nella regione.
Mentre sul terreno la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo, nei palazzi della diplomazia si lavora per disegnare un fragile percorso verso la stabilità. Alle Nazioni Unite sono iniziati i negoziati sulla proposta di risoluzione americana che mira all’invio di una forza multinazionale di stabilizzazione composta da circa 20mila uomini, autorizzata a utilizzare “tutte le misure necessarie” per adempiere al proprio mandato. L’obiettivo: garantire sicurezza e coordinare la ricostruzione di Gaza dopo il conflitto.
Sul piano politico, si riaccende anche la voce della leadership palestinese. Mahmoud Abbas, noto come Abu Mazen, ha rinnovato la richiesta a Israele di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina. “Abbiamo riconosciuto Israele. Ora loro riconoscano noi”, ha dichiarato il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, rimarcando la necessità di un passo reciproco per riavviare il dialogo.
A sostegno di questo appello si è unito Papa Francesco, che ha ricevuto Abu Mazen in Vaticano. Nel corso dell’incontro, il Pontefice ha rilanciato con forza la necessità di una soluzione a due Stati, definendola l’unica via per “scrivere la parola fine a una guerra che ha seminato solo distruzione, dolore e odio”.
Intanto, sul fronte nord, la tensione tra Israele e Hezbollah si intensifica. Dopo aver ordinato l’evacuazione di due villaggi nel sud del Libano, l’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi mirati contro obiettivi del movimento sciita filoiraniano. Le operazioni, spiegano fonti militari di Tel Aviv, sarebbero una risposta a recenti lanci di razzi e colpi di mortaio provenienti dal territorio libanese.
La chiusura dei valichi di Kerem Shalom e Al-Awja, per quanto formalmente temporanea, rischia di aggravare ulteriormente la già drammatica situazione umanitaria nella Striscia, dove milioni di civili dipendono dagli aiuti per sopravvivere. Le organizzazioni internazionali temono un nuovo blocco prolungato, che potrebbe compromettere la distribuzione di cibo, acqua e medicinali.
Tra diplomazia e tensioni armate, il quadro resta di estrema fragilità. Le prossime ore saranno decisive per capire se l’iniziativa americana all’Onu riuscirà a trovare consenso tra i membri del Consiglio di Sicurezza e a delineare un possibile percorso di stabilizzazione. Sul terreno, però, la pace appare ancora un miraggio lontano.
