L’Italia perde una delle sue voci più pungenti e lucide. È morto a 94 anni Giorgio Forattini, maestro della satira politica e figura imprescindibile del giornalismo italiano del Novecento. Con un tratto inconfondibile e un’ironia capace di cogliere l’essenza del potere, Forattini ha trasformato la vignetta in una lente d’ingrandimento sul Paese, restituendo in pochi segni ciò che editoriali e saggi interi faticavano a dire.




“Senza falsa modestia, dopo Guareschi credo di venire io nella classifica dei protagonisti della satira italiana dell’ultimo secolo”, amava ripetere. E non era presunzione: era la consapevolezza di chi aveva inciso nell’immaginario collettivo, giorno dopo giorno, con il linguaggio universale del disegno.
Nato a Roma nel 1931, Forattini attraversò da protagonista l’intera parabola della satira moderna. Collaborò con Panorama, la Repubblica, La Stampa, Il Giornale e il Quotidiano Nazionale, oltre ad aver diretto Il Male, rivista cult degli anni Settanta, laboratorio di libertà e provocazione grafica. Ogni sua vignetta era un piccolo editoriale: una caricatura, una metafora, una lama affilata che tagliava l’attualità senza risparmiare nessuno.
La sua fama esplose negli anni Settanta, quando la politica italiana era un’arena in fermento. Nel 1974, all’indomani del referendum sul divorzio, Forattini firmò una delle sue immagini più celebri: una bottiglia di spumante con l’etichetta “No” che si stappa, e il tappo che vola in aria con le fattezze di Amintore Fanfani. Bastò quella scena, ironica e perfetta, per raccontare meglio di qualunque cronaca la vittoria dei laici contro il fronte conservatore.
Forattini era un osservatore spietato e acuto, capace di trasformare la cronaca in simbolo. Nei suoi disegni, Giulio Andreotti aveva la gobba del potere e lo sguardo da sfinge, Bettino Craxi appariva come un satiro tronfio e autoritario, Giovanni Spadolini diventava un monumento di rigore e serietà ironicamente scolpito. Nessuno ne usciva indenne, né la destra né la sinistra, benché fu soprattutto quest’ultima a reagire con maggiore suscettibilità. “Nel 2008 ero stato querelato venti volte solo da esponenti della sinistra”, ricordava con il suo consueto sorriso ironico.
La sua arte era un atto politico e culturale insieme: una satira che non si limitava a far ridere, ma a far pensare, a colpire i potenti proprio dove la retorica si faceva più fragile. Forattini aveva il dono raro di leggere la realtà con l’occhio dell’artista e la precisione del cronista. Ogni vignetta condensava un’intera epoca, un sentimento collettivo, un’Italia che cambiava e si contraddiceva.
Negli anni in cui la carta stampata era il cuore dell’informazione, le sue illustrazioni erano appuntamento quotidiano per milioni di lettori. Oggi quelle immagini restano una memoria viva del costume e della politica del Novecento: un archivio di sorrisi e ferite, di ipocrisie smascherate e poteri derisi.
Con Giorgio Forattini scompare non solo un grande disegnatore, ma l’ultimo erede di una tradizione di libertà intellettuale che ha fatto della satira un termometro della democrazia. Dietro la risata che sapeva strappare c’era sempre una verità scomoda, e dietro ogni tratto, la mano di un artista che ha raccontato l’Italia meglio di molti libri di storia.
