L’escalation in Medio Oriente non conosce tregua. A poche ore dall’annuncio di una possibile ripresa della tregua, l’aviazione israeliana ha lanciato nuovi raid aerei nel nord e nel sud della Striscia di Gaza, colpendo obiettivi che l’esercito di Tel Aviv ha definito “minacce imminenti”. Sullo sfondo, cresce la confusione e la tensione diplomatica, mentre si infittisce il mistero sui tre corpi consegnati da Hamas alla Croce Rossa, inizialmente ritenuti di ostaggi israeliani: secondo fonti dei media di Gerusalemme, le analisi avrebbero escluso questa ipotesi.
La Croce Rossa Internazionale aveva confermato di aver trasferito in Israele i resti di tre persone, recuperati nella Striscia. L’identificazione era stata accolta con speranza dai familiari degli oltre duecento israeliani ancora dispersi o detenuti da Hamas dallo scorso ottobre. Tuttavia, secondo le verifiche condotte in collaborazione con l’esercito e le autorità sanitarie israeliane, i resti non apparterrebbero a cittadini israeliani né a persone riconducibili alla lista degli ostaggi. La notizia, diffusa dai principali media nazionali, ha alimentato nuove tensioni e una crescente frustrazione tra i parenti delle vittime e i sopravvissuti al massacro del 7 ottobre.
Nel frattempo, sul terreno, la situazione resta drammatica. I bombardamenti israeliani si sono intensificati nella notte, colpendo obiettivi nel settore settentrionale di Gaza City e nella zona di Khan Yunis, nel sud della Striscia. Secondo il quotidiano Haaretz, l’esercito israeliano avrebbe agito per “neutralizzare una minaccia imminente”, una formula con cui spesso vengono giustificati attacchi preventivi su obiettivi sospetti di Hamas o della Jihad islamica.
La Difesa civile palestinese, controllata da Hamas, ha diffuso un bilancio tragico: oltre cento morti, tra cui una quarantina di bambini, e decine di feriti in condizioni critiche. Le ambulanze operano tra le macerie di interi quartieri rasi al suolo, mentre gli ospedali, ormai al collasso, non riescono più ad accogliere i nuovi feriti.
La tensione, già altissima sul piano militare, si riflette anche sul versante diplomatico. Durante una conferenza stampa congiunta ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha manifestato apertamente il suo dissenso nei confronti del cancelliere tedesco Olaf Scholz (indicato in alcune fonti come Merz, leader dell’opposizione cristiano-democratica, presente all’incontro). Erdogan ha definito quanto sta accadendo a Gaza “un genocidio”, parole che hanno provocato un gelo improvviso nella sala e un’immediata reazione diplomatica da parte tedesca.
“Il silenzio dell’Occidente è complicità – ha dichiarato Erdogan –. Non si può restare indifferenti davanti a migliaia di bambini uccisi. Questo non è un conflitto, è un massacro”. Parole che hanno trovato eco in buona parte del mondo arabo e in alcuni settori della società civile europea, ma che rischiano di incrinare ulteriormente i rapporti già fragili tra Ankara e gli alleati della NATO.
Sul fronte israeliano, il governo guidato da Benjamin Netanyahu continua a ribadire che l’obiettivo dell’operazione resta “la completa distruzione delle capacità militari di Hamas” e la liberazione degli ostaggi. Tuttavia, il prolungarsi del conflitto, unito al numero crescente di vittime civili, sta alimentando un crescente dissenso anche all’interno di Israele. Le manifestazioni dei familiari dei rapiti si moltiplicano a Tel Aviv, con richieste di un nuovo cessate il fuoco e di un accordo per il rilascio dei prigionieri.
L’annuncio del ritrovamento dei tre corpi, poi rivelatosi un falso allarme, ha riacceso il dolore di centinaia di famiglie che da settimane vivono in un limbo di angoscia. “Non possiamo continuare così – ha dichiarato un portavoce delle famiglie –. Ogni giorno riceviamo notizie frammentarie, ogni volta speriamo, e ogni volta ci crolla il mondo addosso”.
Mentre la diplomazia internazionale tenta invano di riaprire spiragli per una nuova tregua, la realtà sul terreno resta quella di un conflitto che si consuma metro dopo metro, con un bilancio umano che cresce di ora in ora. Gaza continua a bruciare, e con essa la fragile speranza di una soluzione negoziata che oggi appare più lontana che mai.
