25 Settembre 2026, venerdì
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Corte dei Conti blocca il Ponte sullo Stretto: Meloni e Salvini rilanciano sfidando la magistratura, ma la mossa è rischiosa

Il governo denuncia “intollerabile invadenza” e annuncia di andare avanti, ma la sfida alla Corte potrebbe ritorcersi contro, tra conti pubblici e credibilità internazionale

A cura di Daniele Cappa

La Corte dei Conti ha deciso di non concedere il visto di legittimità alla delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile relativa al Ponte sullo Stretto di Messina. La Sezione centrale di controllo di legittimità sugli atti del governo e delle amministrazioni dello Stato ha comunicato la decisione al termine della Camera di consiglio del 29 ottobre 2025: l’atto, identificato come Delibera n. 41/2025, non è ammesso al visto e alla successiva registrazione, rappresentando un fermo temporaneo all’iter amministrativo dell’opera. Le motivazioni ufficiali saranno rese note entro 30 giorni, ma il pronunciamento di natura tecnica ha già scatenato un vero terremoto politico.

La reazione dell’esecutivo è stata immediata e senza mezzi termini. Il premier Giorgia Meloni ha parlato di “intollerabile invadenza” da parte della magistratura contabile, sottolineando come il governo non si fermerà davanti a quello che definisce un ingerenza sulle scelte politiche. Il ministro dei Trasporti e leader della Lega, Matteo Salvini, ha adottato un registro ancora più aggressivo, definendo la decisione della Corte come “un grave danno per il Paese” e annunciando che il progetto del Ponte, sostenuto anche dall’Europa, andrà avanti a prescindere dalle motivazioni che saranno pubblicate. Salvini ha insistito sulla funzione dell’opera come motore di sviluppo e generatore di migliaia di posti di lavoro, cavalcando un’immagine da “vittima” della magistratura contabile.

Tuttavia, la strategia di sfida aperta presenta rischi concreti e non marginali. In primo luogo, la decisione della Corte dei Conti non è un mero atto di ostacolo politico: il visto di legittimità è uno strumento fondamentale per garantire la correttezza giuridica e contabile degli atti pubblici, verificando che le procedure rispettino le regole di spesa e controllo. Ignorare o forzare questo passaggio potrebbe esporre il governo a contenziosi legali, rallentando ulteriormente l’opera e aumentando i costi pubblici.

In secondo luogo, la mossa rischia di compromettere la credibilità dell’Italia nei confronti delle istituzioni europee e degli investitori internazionali. L’Europa segue con attenzione i grandi progetti infrastrutturali italiani, soprattutto quando coinvolgono finanziamenti pubblici o fondi comunitari. Mostrarsi in conflitto con la magistratura contabile può essere interpretato come un segnale di debolezza istituzionale, con effetti potenzialmente negativi sul rating del Paese e sulle trattative future per altre opere infrastrutturali.

Infine, dal punto di vista politico interno, la strategia di sfida rischia di trasformarsi in un boomerang. La narrazione della “vittima” contro la magistratura può avere un appeal immediato sul consenso elettorale, ma può anche alienare parte dell’opinione pubblica e dei parlamentari che vedono nel rispetto dei controlli un principio fondamentale per la governance dello Stato. Il rischio è che il conflitto con la Corte dei Conti si trasformi in una crisi istituzionale di più ampia portata, con ricadute negative sull’azione di governo.

In sostanza, mentre Meloni e Salvini rilanciano la loro determinazione a far partire il Ponte sullo Stretto, il fermo tecnico della Corte dei Conti mette in luce le difficoltà di combinare ambizione politica e rigore istituzionale. Procedere senza il visto di legittimità può trasformare l’opera da simbolo di sviluppo a fonte di controversie legali, tensioni con Bruxelles e rischi economici per lo Stato. La sfida è dunque doppia: realizzare un’opera ambiziosa senza compromettere la solidità dei conti pubblici e senza minare l’equilibrio tra politica e magistratura, un equilibrio che rimane cruciale per la stabilità istituzionale del Paese.

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