La verità sul delitto di Garlasco potrebbe non essere ancora stata scritta. Diciotto anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la Procura di Pavia sta riesaminando l’intero fascicolo con un approccio scientifico rinnovato e strumenti d’indagine più raffinati. Dalla nuova analisi emergono elementi che potrebbero cambiare radicalmente la ricostruzione dei fatti e mettere in dubbio la condanna definitiva di Alberto Stasi, l’ex fidanzato della vittima, in carcere dal 2015 per l’assassinio della giovane avvenuto la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta dei Poggi, a Garlasco.
Il nodo centrale di questa possibile svolta riguarda la dinamica dell’aggressione. Secondo quanto riportato da *Il Giornale*, gli accertamenti coordinati dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo — tra i massimi esperti italiani nel campo della medicina legale — suggerirebbero che l’omicidio non si sia consumato in un’unica fase, ma in più momenti distinti. Chiara, dunque, avrebbe avuto il tempo e la forza di reagire, cercando di difendersi dal suo aggressore. Questo dettaglio, tutt’altro che marginale, comporterebbe uno slittamento in avanti dell’orario della morte di diversi minuti, forse addirittura di ore, rendendo incompatibile la presenza di Stasi sulla scena del crimine nel momento in cui l’aggressione si sarebbe effettivamente conclusa.
Le nuove analisi si basano su un incrocio di dati complesso: la controperizia autoptica della Cattaneo, lo studio delle tracce ematiche condotto dai Ris di Cagliari e le più recenti analisi antropometriche su Andrea Sempio, amico d’infanzia di Chiara. Dai riscontri preliminari emergerebbe che il decesso non sarebbe avvenuto nella finestra temporale compresa tra le 9:12 e le 9:35 del mattino, come stabilito nelle sentenze di condanna. Quelle ricostruzioni avevano ipotizzato che Stasi avesse avuto poco più di venti minuti per commettere il delitto, lavarsi, rientrare a casa e riaccendere il computer. Tuttavia, nessun accertamento medico-legale aveva mai confermato con certezza tale cronologia: le prime analisi autoptiche, anzi, collocavano la morte di Chiara intorno alle 11.
Se la nuova perizia dovesse confermare una durata più lunga dell’aggressione, l’alibi di Stasi — che in quella fascia oraria risultava già a casa — ne uscirebbe sensibilmente rafforzato.
Ma la revisione della dinamica non è l’unico fronte aperto. A completare il quadro investigativo potrebbero essere gli esiti dell’analisi genetica sul Dna recuperato dai margini ungueali di Chiara Poggi, dove era stato isolato un profilo maschile sconosciuto. L’esame è stato affidato alla genetista Denise Albani, in servizio presso la Polizia Scientifica di Milano e nominata dalla Procura di Pavia. Nei prossimi giorni si attende di sapere se quel profilo possa coincidere con quello di Andrea Sempio, prelevato lo scorso 13 marzo.
Il risultato potrebbe rivelarsi determinante per la comprensione della scena del crimine. Grazie a nuove tecnologie digitali e a software di ricostruzione tridimensionale, gli inquirenti del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Milano stanno riesaminando ogni dettaglio delle indagini originarie, cercando di colmare le lacune rimaste aperte e di verificare la compatibilità tra le ferite della vittima, le tracce biologiche e le testimonianze raccolte.
A quasi due decenni dal delitto, il caso di Garlasco continua a interrogare la giustizia e l’opinione pubblica. Le nuove perizie non cancellano il passato giudiziario, ma aprono uno spiraglio su una possibile verità diversa, fondata su una lettura scientifica più approfondita. Una verità che potrebbe riscrivere, ancora una volta, la storia di uno dei casi più controversi della cronaca italiana recente.
