L’AJA – La Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un nuovo, pesante pronunciamento che rischia di avere rilevanti conseguenze politiche e diplomatiche: Israele, secondo quanto stabilito dai giudici dell’Aja, non ha fornito alcuna prova concreta a sostegno dell’accusa secondo cui alcuni membri dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, avrebbero legami con Hamas. Una dichiarazione che riapre il dibattito sulla gestione degli aiuti umanitari verso Gaza e sulla legittimità delle restrizioni imposte da Tel Aviv all’operato delle agenzie internazionali sul campo.
Nel dispositivo reso pubblico dalla Corte, viene sottolineato come Israele debba “facilitare pienamente la fornitura dei programmi di aiuto umanitario a Gaza, compresi quelli attuati dall’UNRWA”, sottolineando che le misure restrittive finora adottate non possono più essere giustificate dall’assenza di evidenze fattuali rispetto ai presunti legami tra l’agenzia dell’ONU e l’organizzazione palestinese armata.
La reazione israeliana non si è fatta attendere. A parlare è stato Danny Danon, rappresentante permanente di Israele presso le Nazioni Unite, che ha bollato la decisione della Corte come “vergognosa”. Danon ha ribadito la posizione israeliana secondo cui l’UNRWA non sarebbe un soggetto neutrale, sostenendo che al suo interno agirebbero elementi compromessi con Hamas o comunque ostili alla sicurezza dello Stato ebraico. Una tesi che, tuttavia, la Corte ha rigettato per mancanza di prove sufficienti e documentate.
Il caso dell’UNRWA era salito al centro del dibattito internazionale nei mesi scorsi, dopo che alcune accuse rivolte da fonti israeliane avevano spinto numerosi Stati, tra cui Stati Uniti, Germania, Regno Unito e altri donatori storici, a sospendere o ridurre temporaneamente i finanziamenti all’agenzia. Accuse che, sebbene abbiano innescato inchieste interne e valutazioni istituzionali, non hanno finora portato a risultati conclusivi tali da dimostrare una connivenza sistematica tra dipendenti dell’UNRWA e gruppi armati palestinesi.
In questo contesto, la Corte dell’Aja ha ritenuto doveroso intervenire, anche alla luce della gravissima crisi umanitaria in corso nella Striscia di Gaza, dove milioni di civili vivono sotto assedio e in condizioni di estrema precarietà. Il pronunciamento della Corte si inserisce infatti nell’ambito delle misure provvisorie già disposte nei mesi scorsi nell’ambito del procedimento avviato dal Sudafrica, che ha accusato Israele di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario e ha chiesto l’intervento del massimo organo giudiziario dell’ONU per garantire il rispetto della Convenzione sul genocidio.
La nuova ordinanza arriva in un momento particolarmente teso: secondo fonti ufficiali israeliane, le salme di due ostaggi trattenuti nella Striscia sono state restituite alla Croce Rossa. Si tratterebbe di due delle persone rapite durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 e successivamente trattenute da Hamas. La riconsegna, che avviene dopo l’annuncio del gruppo armato di voler restituire i corpi, è vista da alcuni analisti come un gesto strategico legato ai negoziati per una tregua.
E proprio sul fronte del cessate il fuoco si registra un’altra novità. La Jihad islamica palestinese ha dichiarato di aver “accettato integralmente” l’accordo di Sharm el-Sheikh, il piano promosso dall’Egitto e sostenuto da Stati Uniti e Qatar per arrivare a una tregua duratura nella Striscia. In una nota diffusa dai portavoce del gruppo, si precisa tuttavia che il rispetto dell’accordo dipenderà dal comportamento di Israele: “Valuteremo il rispetto degli impegni da parte dello Stato occupante e manterremo il nostro impegno in ugual misura”.
Il piano di Sharm el-Sheikh prevede una serie di fasi progressive, a partire dal rilascio degli ostaggi israeliani ancora detenuti nella Striscia, in cambio della liberazione di prigionieri palestinesi, e da un immediato incremento dell’ingresso di aiuti umanitari, con particolare attenzione alle forniture mediche, idriche e alimentari. Sul tavolo anche la questione della ricostruzione post-bellica e del ritorno degli sfollati.
Tuttavia, al momento non ci sono segnali concreti da parte di Israele che lascino intendere un’adesione formale al piano. Tel Aviv continua a mantenere un profilo prudente, insistendo sulla necessità di “garanzie di sicurezza” e sulla completa smobilitazione delle capacità militari di Hamas e della Jihad islamica prima di poter considerare un ritiro definitivo delle truppe o la fine dell’assedio.
La sentenza della Corte dell’Aja potrebbe dunque diventare un ulteriore elemento di pressione sulla comunità internazionale, chiamata a pronunciarsi sull’equilibrio, sempre più instabile, tra le esigenze di sicurezza di Israele e il diritto alla sopravvivenza e all’assistenza umanitaria della popolazione civile palestinese.
Non si esclude che nei prossimi giorni alcuni dei principali Stati donatori possano rivalutare la sospensione dei finanziamenti all’UNRWA, sulla scorta della valutazione della Corte e dell’urgenza dettata dalla crisi in atto. A Gaza, secondo i dati delle Nazioni Unite, oltre due milioni di persone dipendono quotidianamente dall’assistenza internazionale per accedere a cibo, acqua potabile, cure mediche e riparo.
In un contesto segnato da mesi di guerra, da decine di migliaia di vittime civili e dalla progressiva distruzione delle infrastrutture, il verdetto dell’Aja non rappresenta soltanto un atto giuridico: è un messaggio politico diretto alla comunità internazionale. Israele, si legge in sostanza tra le righe del dispositivo, non può continuare a ostacolare la macchina umanitaria facendo leva su accuse non provate.
Resta ora da capire se, e in che misura, il governo israeliano recepirà la decisione. Per il momento, le parole dell’ambasciatore Danon sembrano indicare una chiusura netta. Ma la pressione diplomatica, soprattutto da parte degli alleati occidentali, potrebbe crescere. A livello multilaterale, intanto, l’ONU e l’Unione Europea tornano a chiedere “accesso umanitario immediato, pieno e senza ostacoli” per le agenzie operative nella Striscia.
Il tempo, tuttavia, non gioca a favore delle diplomazie. A Gaza si continua a morire, ogni giorno, sotto le bombe, per la fame o per l’assenza di cure. E mentre i tribunali internazionali pronunciano sentenze, l’urgenza resta tutta sul campo.
