21 Settembre 2026, lunedì
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Salvini sferza le banche: ‘Piangono troppo, paghino di più’ (ma la manovra l’ha firmata anche lui)

Il vicepremier attacca gli istituti di credito: "Non possono lamentarsi, paghino di più". Poi si scaglia contro l’aumento della cedolare sugli affitti brevi e difende la pace fiscale. Il tutto mentre siede ai vertici del governo che quelle misure ha varato

ROMA – Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, colpisce ancora. Stavolta nel mirino non ci sono i soliti “nemici” esterni, ma le banche italiane, ree — a suo dire — di lamentarsi troppo. E in un clima politico dove il dissenso interno al governo viene solitamente nascosto sotto il tappeto, il leader della Lega non solo solleva il tappeto, ma lo sbatte con vigore sulla pubblica piazza.

“Tutti possono piangere, tranne le banche italiane”, ha dichiarato Salvini, con tono tra il moralista e il minaccioso. Il riferimento è alla quota di contributo richiesta agli istituti di credito per finanziare la manovra economica, attualmente fissata a 5 miliardi. Ma, avverte il ministro, se le lamentele continuano, si potrebbe salire a 6 o anche 7 miliardi. Una sorta di tassa sulla lamentela, più che sugli extraprofitti.

Il banchiere piange, il governo incassa

Il punto, naturalmente, è che la manovra in questione è firmata dal governo di cui Salvini è parte integrante e non certo marginale. Ma questo dettaglio non sembra turbare il vicepremier, che interpreta ormai con disinvoltura il doppio ruolo di esecutivo e opposizione.

L’argomentazione è chiara: se le banche fanno utili superiori ai 50 miliardi, un “piccolo contributo” per aiutare famiglie e imprese non dovrebbe scandalizzare nessuno. Peccato che, al momento, proprio il governo di cui Salvini fa parte non abbia ancora chiarito come e in che misura quel contributo si tradurrà in misure concrete per i cittadini.

Affitti brevi, cedolare lunga (di polemiche)

Non si ferma qui il j’accuse del leader leghista, che torna a dissociarsi da un altro provvedimento presente nella Legge di Bilancio: l’aumento della cedolare secca sugli affitti brevi, misura proposta per regolamentare un mercato sempre più opaco e, secondo molti, dannoso per il tessuto abitativo urbano.

Salvini non è d’accordo. “Non mi sembra un buon modo di aiutare la domanda interna e l’iniziativa privata”, afferma, rispolverando una visione iper-liberista del mercato immobiliare. Anche qui, si tratta di una posizione in contrasto con l’indirizzo adottato dal suo stesso governo, e che contribuisce a quella sensazione ormai cronica di incoerenza comunicativa dell’esecutivo.

La pace fiscale, cavallo di battaglia leghista

Più lineare, invece, la posizione sulla pace fiscale, da sempre un totem programmatico del Carroccio. Salvini la rivendica con orgoglio, sottolineando il successo della rottamazione delle cartelle esattoriali, che copre ben 23 anni di debiti fiscali – dal 2000 al 2023 – e consente una rateizzazione in nove anni, senza sanzioni.

“Non è un premio ai furbetti”, chiarisce, rispondendo alle critiche apparse su alcuni giornali. Piuttosto, sarebbe un atto dovuto verso chi ha resistito nei momenti più duri: tra pandemia, guerra, inflazione e caro energia. “Aver tenuto aperto uno studio, un albergo, un negozio in questi 5-6-7 anni è qualcosa di eroico”, ha dichiarato, senza risparmiare retorica.

Un governo, due voci (almeno)

Le parole di Salvini confermano un trend sempre più visibile nel governo Meloni: la gestione schizofrenica della comunicazione economica. I ministri, soprattutto quelli leghisti, alternano dichiarazioni roboanti a prese di distanza tattiche, quasi a voler marcare il territorio in vista di future campagne elettorali.

Il vicepremier fa fuoco e fiamme contro provvedimenti che, salvo colpi di scena, passeranno con il suo voto favorevole in Consiglio dei Ministri. Un esercizio di equilibrismo politico che mette a dura prova la coerenza, ma forse non la convenienza: parlare da dentro il palazzo come se si fosse già in piazza può essere utile quando si vogliono capitalizzare consensi da ogni lato.

Banche nel mirino, ma senza passare alla cassa (per ora)

Resta da capire se le minacce rivolte alle banche si tradurranno davvero in un aumento del contributo richiesto. Ad oggi, l’ipotesi è più una forzatura retorica che una decisione tecnica. Salvini sa bene che il settore bancario ha leve importanti e interlocuzioni istituzionali consolidate, e che una mossa troppo aggressiva potrebbe ritorcersi contro il governo nel suo complesso.

“Sputare nel piatto in cui si mangia”, verrebbe da dire, se non fosse che in questo caso Salvini sembra voler rinegoziare il menu senza rinunciare alla portata principale. La strategia, come spesso accade, è quella di mantenere una linea identitaria forte, soprattutto in vista di appuntamenti elettorali imminenti.

In sintesi: muscoli in mostra, mani legate

La conferenza stampa di Salvini è stata, ancora una volta, una vetrina di dichiarazioni muscolari che rischiano di restare tali. Tra la minaccia ai banchieri, il dissenso sulla cedolare e il trionfalismo sulla pace fiscale, emerge un tratto costante: la tendenza a occupare tutti i ruoli della commedia politica, da protagonista e da controfigura, da autore e da critico.

Nel frattempo, la manovra economica procede tra tensioni interne e compromessi. E se Salvini si mostra pronto a colpire il potere finanziario, lo fa con il guanto ben calzato della convenienza politica, evitando accuratamente di spezzare l’equilibrio del fragile patto di governo.

Perché, alla fine, l’arte di governare – almeno per alcuni – sembra consistere nel protestare contro se stessi, possibilmente prima che lo facciano gli altri.

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