6 Ottobre 2026, martedì
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Darién non è una rotta: gli altari della sofferenza e della speranza

Alla XV Biennale di Firenze, la videoinstallazione di Aristides Ureña Ramos trasforma l’esperienza migratoria in un rito laico di memoria e compassione

Dal 18 al 26 ottobre 2025, negli spazi monumentali della Fortezza da Basso, la XV Biennale di Firenze accoglie una delle opere più intense e profondamente attuali dell’intero programma: Darién non è una rotta (Gli altari del dolore), videoinstallazione dell’artista panamense Aristides Ureña Ramos. Un lavoro che si muove su un crinale sottile ma potentissimo, dove l’arte incontra la tragedia umana, e dove la denuncia si fa linguaggio visivo, evocazione, testimonianza.

L’opera si inserisce perfettamente nel tema di questa edizione della Biennale – La sublime essenza della luce e delle tenebre – dando corpo e voce a uno dei grandi dilemmi contemporanei: quello delle migrazioni forzate, del confine come trauma, dell’identità che si sradica e cerca una nuova forma. Ureña Ramos lo fa attingendo non solo alla cronaca e alla geografia, ma a una personale ricerca artistica lunga quasi trent’anni, che attraversa continenti, epoche e fasi della propria maturazione creativa.

Un progetto in cammino: dal 1997 al presente

Darién non è una rotta non nasce come risposta immediata all’attuale emergenza migratoria, ma è piuttosto il frutto di un lavoro stratificato e mobile, iniziato nel 1997, anno in cui l’artista lo presentò in anteprima alla Biennale di Venezia. La successiva tappa importante fu l’esposizione all’ex Istituto Nazionale di Cultura di Panama nel 2015. Tuttavia, è proprio con la crisi migratoria che tra il 2023 e il 2024 ha riportato tragicamente l’istmo del Darién al centro dell’attenzione internazionale, che il progetto trova nuova linfa e urgenza.

Nelle parole dell’artista stesso:
“È un progetto aperto nel tempo, iniziato nel 1997 e proseguito fino alla crisi migratoria del 2023-24. Gli Altari del Dolore mi hanno permesso di vivere quella tragedia e misurare le mie capacità creative nei processi artistici.”

La formula adottata da Ureña Ramos è quella di una videoinstallazione immersiva, costruita attraverso materiali raccolti lungo le rotte migratorie reali – oggetti abbandonati, reliquie quotidiane, resti trasformati in simboli – e rielaborati in chiave rituale. Gli “altari” evocati nel titolo non hanno nulla di religioso in senso stretto, ma si configurano come spazi di meditazione laica, luoghi simbolici in cui la sofferenza viene trasformata in segno e memoria.

Il Darién Gap come spazio simbolico e reale

Il Darién Gap, fascia di giungla inaccessibile che separa la Colombia da Panama, è oggi una delle frontiere più pericolose e percorse dalle migrazioni latinoamericane verso il Nord. Luogo di passaggio e, spesso, di morte. In questo scenario drammatico si concentrano le tensioni di un’umanità in fuga: uomini, donne e bambini che attraversano la natura ostile nel disperato tentativo di costruirsi un futuro. Ureña Ramos affronta questo scenario non con l’occhio del cronista ma con lo sguardo dell’artista, trasformando la sofferenza in forma e rito.

Nel fare ciò, l’opera si allontana dalla rappresentazione didascalica del trauma e si avvicina a un’estetica della compassione. La videoinstallazione diventa uno strumento per elaborare il lutto, per restituire dignità a ciò che spesso viene ridotto a numero o statistica. Gli oggetti diventano reliquie, le immagini si fanno icone contemporanee, e la narrazione assume un tono sacrale, ma mai retorico.

Un’estetica della memoria, tra denuncia e spiritualità

Centrale nella poetica di Ureña Ramos è il rapporto tra memoria e trasformazione. Non si tratta solo di denunciare, ma di costruire un linguaggio visivo capace di restituire complessità: lo sradicamento come ferita, ma anche come momento di possibile rinascita. In questo senso, Darién non è una rotta diventa anche un viaggio attraverso le tenebre per ritrovare la luce, seguendo in pieno il tema della Biennale di Firenze. Una luce che non cancella il dolore, ma lo illumina con consapevolezza.

Lo spettatore non è chiamato a contemplare, ma a partecipare: entra nell’installazione, si muove tra gli altari, ascolta le voci, osserva le immagini, raccoglie le tracce di vite spezzate e sospese. E, soprattutto, è spinto a riflettere sulla propria posizione di fronte a questi fenomeni globali.

Aristides Ureña Ramos: l’artista tra due mondi

Nato a Santiago de Veraguas, Panama, nel 1955, Aristides Ureña Ramos vive e lavora tra il suo paese d’origine e l’Italia. La sua carriera attraversa oltre quattro decenni, nei quali ha elaborato un linguaggio artistico fortemente personale, dove si intrecciano memoria storica, denuncia sociale e ricerca visiva. La sua opera è profondamente radicata nella realtà latinoamericana, ma aperta a dialoghi globali, anche grazie alla lunga permanenza in Europa.

È considerato oggi una delle voci più importanti e originali dell’arte contemporanea latinoamericana. La sua pratica non si limita al quadro o all’installazione, ma si estende alla dimensione performativa, pedagogica e politica dell’arte. Darién non è una rotta rappresenta, in questo senso, una sintesi matura e potente del suo percorso.

L’arte come atto etico

In un contesto internazionale segnato da crescenti tensioni migratorie e da una crescente disumanizzazione del discorso pubblico, l’opera di Ureña Ramos assume il valore di un atto etico. La sua installazione è una denuncia, certo, ma anche e soprattutto un invito: a vedere, a ricordare, a non voltarsi dall’altra parte. L’arte, qui, non è ornamento o evasione, ma strumento di consapevolezza, rito di trasformazione, gesto di responsabilità.

La XV Biennale di Firenze, che si conferma anche in questa edizione come uno dei principali spazi internazionali per il confronto tra linguaggi visivi e questioni contemporanee, offre così al pubblico l’occasione rara di incontrare un’opera che non lascia indifferenti. Darién non è una rotta ci obbliga a guardare dentro la tenebra del nostro tempo, ma lo fa con gli strumenti della luce, della bellezza e della pietà. In tempi in cui la narrazione delle migrazioni è spesso strumentalizzata o ridotta a slogan, l’opera di Ureña Ramos riporta al centro l’essere umano, nella sua fragilità e nella sua irriducibile dignità.

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