Giovedì 16 ottobre sarà una giornata di fuoco per l’ex Ilva. Tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia si fermeranno per uno sciopero generale di 24 ore, proclamato da Fim, Fiom e Uilm. Una mobilitazione che attraverserà l’intero perimetro industriale, da Taranto a Genova, da Novi Ligure a Racconigi, fino a Lesina e Marghera, ma che avrà nel capoluogo ionico il suo epicentro simbolico e politico.
A Taranto, cuore storico e ferito della siderurgia italiana, lavoratori, delegati e cittadini scenderanno in piazza in un corteo che attraverserà la città, accompagnato da sit-in e iniziative di solidarietà. L’obiettivo è chiaro: lanciare un segnale forte al governo e ai potenziali acquirenti dell’azienda, in un momento che i sindacati definiscono “decisivo per le sorti dell’acciaio italiano e per la vita di migliaia di famiglie”.
Alla base della protesta, la denuncia di una situazione ormai ritenuta “intollerabile”. Fim, Fiom e Uilm parlano di un progressivo deterioramento delle condizioni industriali e occupazionali, con un numero crescente di lavoratori in cassa integrazione straordinaria e un futuro appeso alle incertezze dei tavoli romani. “Serve un piano industriale vero – insistono le sigle metalmeccaniche – che tenga insieme occupazione, decarbonizzazione e rilancio produttivo. Non accetteremo uno spezzatino del gruppo o un’operazione finanziaria che scarichi i costi sociali sui lavoratori e sui territori”.
Il timore, concreto e diffuso, è che l’eventuale ingresso di nuovi partner o acquirenti di Acciaierie d’Italia possa preludere a una ristrutturazione pesante, con esuberi e tagli di organico. I sindacati chiedono garanzie chiare non solo sul fronte occupazionale, ma anche su quello ambientale e industriale, in una prospettiva di transizione ecologica che finora – denunciano – “è rimasta sulla carta”.
L’appuntamento del 16 ottobre si colloca a ridosso di un nuovo round istituzionale. Il governo ha infatti convocato i rappresentanti dei lavoratori a Palazzo Chigi per il 28 ottobre. Un incontro che, nelle intenzioni, dovrebbe servire a chiarire i piani per il futuro dell’azienda, dopo mesi di stallo e di tensioni tra Invitalia e ArcelorMittal, i due soci pubblici e privati di una joint venture sempre più fragile.
Per Taranto e per tutto il sistema siderurgico nazionale, lo sciopero rappresenta dunque molto più di una semplice vertenza aziendale. È il grido di una comunità che chiede una visione, un progetto industriale capace di coniugare lavoro e salute, produzione e sostenibilità. Dopo anni di promesse, commissariamenti e crisi, i lavoratori tornano in piazza per difendere non solo il posto di lavoro, ma l’idea stessa che in Italia si possa ancora fare acciaio – in modo pulito, giusto e duraturo.
