Roma – Il silenzio del governo italiano di fronte all’escalation commerciale tra Stati Uniti e Unione europea preoccupa sempre di più il Partito Democratico, che lancia un nuovo attacco all’esecutivo guidato da Giorgia Meloni in merito ai dazi del 107% imposti dagli Stati Uniti sulla pasta italiana. A sollevare con forza la questione sono Antonio Misiani, responsabile Economia del PD, e Camilla Laureti, europarlamentare e responsabile Politiche agricole nella segreteria nazionale del partito.
La misura tariffaria, avanzata nell’ambito di una procedura antidumping avviata dal Dipartimento del Commercio americano, è destinata a entrare in vigore nel 2026 ma sta già generando forti ricadute sul settore. Tra queste, l’annuncio dell’amministratore delegato del pastificio La Molisana di Campobasso, Giuseppe Ferro, pronto a delocalizzare parte della produzione negli Stati Uniti per evitare l’effetto paralizzante del nuovo quadro doganale.
Una prospettiva che il Partito Democratico definisce senza mezzi termini “un colpo durissimo per le imprese italiane” e “un attacco diretto al cuore del Made in Italy”.
Misiani: “Un ricatto per spingere la produzione oltreoceano. Dov’è il piano Meloni?”
Con toni duri e diretti, Antonio Misiani affida a un post sui suoi canali social la sua denuncia:
“I dazi USA del 107% contro la pasta sono una mazzata per i produttori italiani e un ricatto vero e proprio per spostare le produzioni oltreoceano. Non ha niente da dire in proposito Giorgia Meloni, aspirante ‘pontiera’ con il suo presunto amico Trump?”.
Misiani non si limita alla provocazione, ma chiede conto delle promesse disattese dal governo:
“Che fine ha fatto il fantomatico piano di sostegno anti-dazi annunciato ad aprile? Quando inizierà la presidente del Consiglio ad alzare la voce e a farsi rispettare sul serio, al di là dei proclami?”.
Le critiche non si limitano all’inerzia diplomatica, ma mettono in discussione l’intera strategia commerciale dell’esecutivo, accusato di non aver ancora costruito un’efficace rete di protezione per uno dei comparti più strategici del sistema agroalimentare nazionale.
Laureti: “Governo immobile. In gioco 670 milioni e la credibilità della pasta italiana nel mondo”
Alla denuncia di Misiani si affianca quella altrettanto netta di Camilla Laureti, che ricorda come la pasta italiana rappresenti non solo un pilastro economico, ma anche culturale e simbolico del Paese.
“Un dazio del 107% sulla pasta italiana è un attacco al cuore del Made in Italy, al prestigio e alla qualità del nostro sistema agroalimentare, e quindi al lavoro di imprese e famiglie già provate dal costo del grano”.
Secondo Laureti, le motivazioni alla base delle accuse di dumping non reggono a un esame oggettivo e sembrano piuttosto alimentate da dinamiche interne alla politica statunitense, in linea con la strategia protezionista già avviata negli anni dell’amministrazione Trump.
La parlamentare europea mette in guardia contro i rischi concreti di delocalizzazione e concorrenza sleale, con danni non solo economici, ma anche reputazionali:
“Non possiamo accettare che sia compromesso un mercato da oltre 670 milioni di euro, favorendo le imitazioni e minando la credibilità della pasta italiana nel mondo”.
E poi l’affondo politico:
“Chiediamo al governo Meloni di rompere il muro del silenzio e di spingere alla ragione l’amico americano, se è mai stato tale. Non si difende il Made in Italy solo a parole”.
L’Unione europea monitora, ma l’Italia resta ferma
Nel frattempo, la Commissione europea ha fatto sapere di essere pronta a intervenire “se necessario”, ribadendo che l’indagine in corso esula dagli accordi bilaterali Ue-Usa sui dazi, ma che Bruxelles sta collaborando attivamente con il governo italiano per monitorare l’evoluzione del dossier.
Tuttavia, dalle opposizioni cresce l’impressione che la risposta nazionale non sia stata all’altezza dell’urgenza, lasciando troppo spazio all’iniziativa delle aziende, che nel frattempo sono costrette a valutare soluzioni drastiche per non perdere uno dei mercati più redditizi al mondo.
Il caso La Molisana, così come quello del pastificio Garofalo – anch’esso coinvolto nella procedura americana – diventa quindi l’emblema di una crisi non ancora affrontata con la dovuta tempestività e visione politica.
Un comparto da difendere con forza
Il comparto della pasta rappresenta un’eccellenza produttiva nazionale, con un export che supera i 3,5 miliardi di euro l’anno e con un tasso di penetrazione nei mercati esteri tra i più alti del settore agroalimentare italiano. Gli Stati Uniti, in particolare, costituiscono uno sbocco fondamentale, con oltre 670 milioni di euro di vendite annuali, che rischiano ora di essere erosi da misure protezionistiche presentate come tutela del mercato interno ma vissute dalle imprese italiane come strumenti di concorrenza sleale mascherata.
Il timore espresso dal PD – condiviso da una parte del mondo produttivo – è che il governo stia sottovalutando l’impatto strategico della questione, affidandosi a generiche rassicurazioni diplomatiche, senza però dotarsi di un vero piano operativo in grado di proteggere le aziende italiane e preservare il valore aggiunto della filiera nazionale.
Conclusione: un banco di prova per la credibilità politica
Il dossier dazi si conferma dunque uno dei primi veri banchi di prova per la politica commerciale e industriale del governo Meloni, chiamato a dimostrare di saper passare dalle dichiarazioni d’intenti a scelte chiare e misure concrete.
Nel frattempo, le imprese si muovono da sole, valutano strategie alternative e cercano di proteggersi da una tempesta che rischia di colpire non solo l’economia, ma anche l’identità produttiva e culturale del Paese.
E per l’opposizione è chiaro: ogni giorno di ritardo indebolisce la posizione italiana. E avvicina il rischio che una delle eccellenze più amate e riconosciute del Made in Italy diventi, anche simbolicamente, un prodotto daziato e delocalizzato.
