A cura di Daniele Cappa
La scena si ripete, ma con nuovi protagonisti e in un contesto ancora più acceso: una flotilla umanitaria che tenta di forzare il blocco navale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza viene intercettata dalla marina militare israeliana. Sono 13 le imbarcazioni fermate a meno di 70 miglia nautiche dalla costa, oltre 200 gli attivisti arrestati e in attesa di espulsione dal porto di Ashdod. Tra loro, 22 italiani, inclusi l’eurodeputata Sabrina Pignedoli e il senatore Marco Croatti. Il governo israeliano assicura che da venerdì inizieranno i rimpatri, mentre il ministro degli Esteri Sa’ar rassicura pubblicamente sulla sorte dell’attivista Greta Thunberg, presente a bordo.
Intanto, altre 11 barche – secondo quanto riferisce la Freedom Flotilla Coalition – proseguono a tutta velocità verso Gaza, decise a rompere quello che definiscono “il blocco illegale di Israele”. Gli attivisti denunciano metodi duri: cannoni ad acqua, collisioni volontarie in mare, abbordaggi con forza. Una nave partita dalla Florida sarebbe stata speronata. Le proteste, nel frattempo, sono arrivate anche in Italia, dove migliaia di manifestanti hanno occupato strade e stazioni, da Roma a Torino, da Napoli a Bologna.
La posizione del governo Meloni: silenzio selettivo e visione a cono
“L’iniziativa della flottiglia porterà disagi all’Italia e nessun beneficio ai palestinesi”: con queste parole, il premier Giorgia Meloni ha liquidato la questione. Nessuna parola sugli arresti dei cittadini italiani, nessun riferimento alla gravità della situazione umanitaria a Gaza, nessuna apertura a un dibattito politico ampio, serio e internazionale. La posizione del governo italiano appare così schiacciata su una visione strettamente geopolitica, in cui l’unico asse riconosciuto è quello filoisraeliano, senza margini per una lettura articolata del conflitto in corso.
La domanda, tanto retorica quanto inevitabile, è dunque questa: da che parte sta Giorgia Meloni?
Nel pieno di una crisi umanitaria senza precedenti, nel mezzo di una missione non armata condotta da attivisti provenienti da tutto il mondo – tra cui parlamentari, volontari, medici, ricercatori e pacifisti – il governo italiano sembra incapace di uscire da una visione a cono, limitata, chiusa, dove ogni elemento che non rientra in uno schema precostituito viene etichettato come “inutile”, “ideologico” o “destabilizzante”.
Non si tratta, come qualcuno potrebbe semplificare, di “stare con Israele o con Hamas”. Il vero punto è se l’Italia intenda ancora considerarsi parte di una cultura politica elevata, europea, multilaterale, capace di distinguere tra sicurezza e sopraffazione, tra diritto alla difesa e violazione del diritto internazionale.
Una visione matura e responsabile dovrebbe prevedere la possibilità di sostenere il diritto all’esistenza di Israele, senza per questo rinunciare a condannare apertamente le condizioni disumane imposte a milioni di civili palestinesi. Ma questo equilibrio sembra al momento fuori dalla portata dell’attuale esecutivo.
Una postura diplomatica sotto osservazione
Mentre altri Paesi europei esprimono, con maggiore o minore prudenza, preoccupazione per la gestione della crisi umanitaria a Gaza e per l’uso della forza nei confronti di attivisti non violenti, il governo italiano resta sulla difensiva. Più che una diplomazia attiva, quella di Roma sembra oggi una diplomazia dell’omissione: evitare parole scomode, non rispondere ai dossier più delicati, e limitarsi a dichiarazioni generiche in nome dell’ordine e della sicurezza.
L’assenza di una voce italiana in questa crisi è tanto più evidente quanto più forti sono le manifestazioni di solidarietà provenienti dal basso. Le proteste nelle piazze italiane non sono marginali. Raccontano di un Paese che, almeno nella società civile, mantiene ancora vivo un senso di giustizia, di responsabilità internazionale, di attenzione alle grandi ferite del mondo. È un’Italia che, pur non trovando spazio nei palazzi istituzionali, si organizza, si muove, si espone.
Tra diritto internazionale e diritto all’indifferenza
Il blocco navale di Gaza è da tempo al centro di un acceso dibattito internazionale. Per le Nazioni Unite e per gran parte delle organizzazioni umanitarie, si tratta di una misura sproporzionata, che danneggia soprattutto la popolazione civile. Per Israele, è un meccanismo di autodifesa essenziale per impedire il rifornimento di armi a gruppi terroristici. Ma anche in questa dicotomia, c’è spazio per un’azione politica diversa.
L’Italia potrebbe – anzi, dovrebbe – farsi promotrice di un’iniziativa europea per la creazione di corridoi umanitari, per la riapertura di un dialogo multilaterale, per il sostegno a un monitoraggio indipendente sulle violazioni dei diritti umani. Invece, sembra accontentarsi del proprio diritto all’indifferenza, protetto da un silenzio che sta diventando sempre più ingombrante.
Una questione di statura politica
In ultima analisi, quanto accaduto con la Global Sumud Flotilla non è solo un episodio di cronaca internazionale. È uno specchio, tanto imprevisto quanto preciso, della statura politica con cui il nostro Paese affronta le grandi questioni globali. Non basta più schierarsi genericamente per “l’ordine” o contro “il fanatismo”. Serve coraggio intellettuale, serve competenza diplomatica, serve una cultura politica capace di guardare il mondo nella sua complessità.
Il governo Meloni, invece, appare bloccato in un paradigma binario e semplicistico, che non consente scarti, non prevede approfondimenti, non tollera sfumature. Una visione a cono, che rende l’Italia sempre meno rilevante nelle dinamiche internazionali più decisive.
La flottiglia, in fondo, è solo l’ultima scintilla. La vera domanda riguarda il futuro dell’Italia sulla scena mondiale: vuole essere spettatrice silenziosa o protagonista autorevole?
Per ora, la risposta sembra pendere dalla parte sbagliata della storia.
